Nessun vincolo storico, nessun valore paesaggistico certificato, e così, i 31 ulivi se ne vanno, cancellati con un’autorizzazione firmata lo scorso 7 maggio dalla Regione Lazio.
Siamo ad Ariccia, a ridosso dell’Appia bis, più conosciuta come tangenziale dei Castelli Romani, a due passi dall’Istituto dei Salesiani, dove, tra qualche mese, la vista sarà un po’ meno ‘verde’.
Al posto delle piante di ulivo che non sono “secolari”, almeno secondo le carte della Regione Lazio, arriveranno probabilmente eradicamenti e magari, un domani, prossimi sbancamenti.
Il permesso di togliere l’oliveto è stato concesso a una società privata, la cui identità non compare nel documento, e si inserisce nella solita prassi autorizzativa perfettamente legale, ma discutibile per impatto ambientale e culturale.
Il freddo, tecnico iter della burocrazia batte storia, cultura e paesaggio
Lo schema è consolidato. Arriva la richiesta, corredata dalla “check list territoriale” del tecnico di fiducia.
Nessun ulivo è iscritto tra quelli monumentali? Ma, inoltre, esiste un registro ai Castelli Romani degli olivi storici? Non ci sono vincoli paesaggistici? Allora si può fare.
I funzionari dell’Area Decentrata Agricoltura di Roma spuntano tutte le caselle e il dirigente firma. Autorizzazione valida per tre anni, per l’espianto, tutto in ordine, come da prassi.
Ma intanto un altro pezzo del paesaggio dei Castelli Romani scompare.
Perché quando si parla di “alberi non storici”, il danno sembra sempre minore.
Peccato che, al netto della burocrazia, il risultato sia sempre lo stesso: verde in meno, cemento in più. Per non parlare, di un pezzetto di tradizione enogastronomica che se ne va, insieme agli ulivi.
Gli Ulivi del Crocifisso
Siamo in zona “Crocifisso”, in un territorio al confine tra i comuni di Ariccia e Albano, vicini alla grande rotonda dei Somaschi, dove convogliano via Trilussa, le strade per Villa Ada e Vallericcia, la via che porta sotto il ponte di Ariccia.

L’area in questione si trova a ridosso del tracciato della tangenziale Appia bis, una delle opere più discusse degli ultimi anni nella zona dei Castelli Romani. Un’infrastruttura pensata per decongestionare l’Appia storica.
Ma che allo stato dei fatti, forse, non è riuscita nel suo intento, visto che è stato realizzato solo un piccolo tratto (Castel Gandolfo – Albano – Ariccia) rispetto a quello previsto inizialmente. Il progetto della tangenziale, infatti, prevedeva che questa sarebbe dovuta arrivare fino a Velletri.
L’uliveto in questione, chiaramente visibile dalla tangenziale sarà presto un ricordo. Forse dandogli un nome come “Ulivi del Crocifisso“, un po’ tutti potrebbero comprendere cosa provano le persone che hanno una sensibilità verso la natura, il paesaggio, la storia e la cultura dei Castelli Romani.
Il paesaggio arretra ai Castelli Romani, il cancro avanza
Il caso dell’uliveto di Ariccia è purtroppo solo l’ultimo di una lunga serie.
Negli ultimi venti anni, la Regione Lazio ha autorizzato centinaia, migliaia di abbattimenti di olivi, anche in aree ad alta valenza ambientale, giustificati da motivazioni “agronomiche”, “edilizie” o “infrastrutturali”.
Sono decenni che stanno cambiando fortemente l’aspetto del territorio dei Castelli Romani.
Un tempo visti dall’alto i Colli Albani erano una enorme macchia verde, con 2 occhi azzurri (i laghi) e la forma sferica dei suoi vulcani. Le città erano solo piccole macchie in mezzo a un esteso verde.
Oggi le macchie si sono espanse fino a saldarsi tra loro in un continuum inquietante: quasi come un cancro che invade una cellula sana. È successo pezzettino a pezzettino, ovunque, costantemente, per decenni e decenni.

Per chi ha qualche anno in più è facile ricordare quegli splendidi e selvaggi paesaggi ancora vivi negli anni ’70 e ’80, ora irriconoscibili.
Poco importa se le colline dei Castelli Romani cambiano volto giorno dopo giorno.
L’importante è che le carte siano in regola.
Per i tecnici regionali, è solo una pratica chiusa. Per il paesaggio, un altro vuoto.
E per chi ancora si ostina a credere che il verde, il paesaggio siano valori da difendere, l’ennesima sconfitta silenziosa.
Il tutto avviene mentre la Regione Lazio si riempie la bocca di “sovranità alimentare”, “sostenibilità ambientale”, “valorizzazione delle colture tradizionali”.
Belle parole che spariscono come polvere sotto una motosega o un bulldozer.
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