Il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ha respinto il ricorso di uno straniero che aveva chiesto l’annullamento del provvedimento con cui il Ministero dell’Interno gli aveva negato la cittadinanza italiana.
La decisione conferma la linea rigorosa seguita dalle autorità italiane nei confronti delle domande di naturalizzazione, in particolare nei casi in cui emergano condotte penalmente rilevanti.
La storia
Il ricorrente aveva presentato istanza di cittadinanza nel 2013. La sua richiesta è stata però rigettata nel 2020, a seguito di una valutazione negativa da parte della Prefettura e della Questura, che hanno evidenziato diversi episodi a suo carico.
Tra gli episodi che hanno portato al diniego della cittadinanza figurano una condanna per ricettazione e una denuncia per commercio di prodotti contraffatti, reati commessi nel lontano 2005 a Fondi, in provincia di Latina. Inoltre, la Guardia di Finanza e la Questura avevano rilevato altre violazioni di natura amministrativa e un divieto di ritorno in un comune del veneziano.
Nel suo ricorso, lo straniero ha sostenuto che il diniego fosse illegittimo, invocando la propria riabilitazione penale e denunciando un difetto di istruttoria, carenza di motivazione e una violazione del termine massimo per la conclusione del procedimento.
Tuttavia, il TAR ha ritenuto infondate tutte le contestazioni. I giudici hanno chiarito che, in materia di concessione della cittadinanza, l’amministrazione dispone di un potere discrezionale molto ampio, in quanto l’attribuzione dello status di cittadino non è un diritto automatico, ma un atto che coinvolge valutazioni di opportunità politico-amministrativa.
In questo contesto, il passato del richiedente – anche se riabilitato sul piano penale – può costituire un elemento ostativo, se si ritiene che le sue condotte non siano compatibili con i valori della comunità nazionale.
Il tribunale ha sottolineato che la cittadinanza rappresenta il riconoscimento formale di un’integrazione già compiuta nei fatti. Per ottenerla, non basta dimostrare il rispetto formale delle condizioni economiche e legali, ma occorre anche una condotta irreprensibile e coerente con i principi di civile convivenza.
Cosa ha inciso sulla decisione
I fatti emersi nel cosiddetto “periodo di osservazione” – ovvero i dieci anni precedenti alla domanda – sono dunque decisivi nella valutazione dell’idoneità del richiedente.
Secondo la sentenza, la riabilitazione penale non cancella il fatto storico né la sua rilevanza ai fini amministrativi. Il principio su cui si basa la concessione della cittadinanza è infatti quello della precauzione: lo Stato ha il dovere di valutare attentamente chi può diventare cittadino, tenendo conto dell’impatto che questa scelta può avere sull’intera collettività.
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In definitiva, il TAR ha riconosciuto la piena legittimità dell’operato dell’amministrazione e ha ribadito che la cittadinanza italiana non è un automatismo, ma un riconoscimento che richiede una piena adesione ai valori della Repubblica.
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