Così, l’anima di Latina è la somma delle anime dei latinensi, come Giuseppe, appunto.
La sua vita prima dell’arrivo a Latina
C’è qualcuno che la guerra l’ha vissuta e può ancora raccontarcela. Se indirizzassimo i microfoni verso le voci giuste, a molti potenti passerebbe la voglia di giocare a Risiko con le vite degli altri.
“Sono del ’39 – ci racconta Giuseppe -. Avevo 6 anni quando è finita la guerra. Tempo dopo visitai Auschwitz, in Polonia e compresi il resto”.
Giuseppe Prota, 86 anni, originario di Ponticelli, Napoli, ma cittadino di Latina sin dal 2000 è uno di quegli uomini che alla società piace definire “d’altri tempi”, come a richiamare un’era preziosa, all’ombra della quale ripararsi.
Un tempo che nulla ha a che vedere con quello di oggi: frenetico, confusionario, indifferente. Un tempo di finto progresso nel quale gli stessi mostri del passato ancora proiettano le loro ombre.
“Quando arrivavano i tedeschi, ci nascondevamo in un terreno di campagna. Un giorno una signora attraversò la terra con la bambina in braccio e l’appostamento dei tedeschi la mitragliò, dividendola a metà.
Poi uno di loro impugnò la pistola e sparò a entrambe. La giornata del 27 gennaio (Giorno della Memoria) la trascorro ricordando queste scene così vive dentro di me”.

La sua ricca gioventù
Il trauma della guerra non è sufficiente a compromettere una vita. Anzi, con ancora più fame – in tutti i sensi – Giuseppe continua il suo cammino e, da umile manutentore in un’officina meccanica, dopo anni di sacrifici e rinunce, diventa prima responsabile di manutenzione allo stabilimento Algida di Caserta, poi alla Findus di Cisterna di Latina.
Non ricorda la sua gioventù, per certi versi spartana, con rammarico o vergogna. Al contrario, è stata culla di spensieratezza e scoperta.
“Di fronte l’officina meccanica in cui lavoravo c’era un fabbro. Un uomo simpatico. Si era messo in testa di costruire la ruota perpetua. Lo facemmo insieme. Camminò per tre giorni e sedici ore.
Quando uscivo dall’officina, passeggiavo con i miei amici sotto la Galleria Umberto I di Napoli, dove si trovava il Teatro Salone Margherita.
Lì conobbi voci autorevoli della Napoli di quegli anni: Mario Abbate, Sergio Bruni e incrociavo spesso il piccolo Massimo Ranieri, accompagnato dal papà”.
Gli amori della vita
Il teatro: una passione presto scoperta, mai abbandonata e trasmessa anche al figlio Enrico.
Un sorriso più radioso col "Trattamento illuminante" in un solo appuntamento
Giuseppe, che conserva ancora gelosamente tutte le commedie di Eduardo De Filippo e ne conosce a memoria interi passi, una volta arrivato a Latina, collaborò per molti anni con Armando Cafaro.
Ma il grande amore della sua vita porta il nome di una donna: Nunzia (Annunziata).
Giuseppe, a distanza di settant’anni racconta il momento in cui la conobbe come la visione della donna amata in una lirica del dolce stil novo.
“Dal balcone di casa mia potevo vedere quello della sartoria dove lei lavorava. Successivamente, venne assunta alla Necchi Macchine per Cucire. Era bella e, più di tutto, generosa.
In un periodo non semplice portava pane e companatico all’Istituto delle suore vicino e non ha mai perso il tratto distintivo della carità. Oggi a chi osa dire: “Non ho bisogno di nessuno”, rispondo che sbaglia alla grande. Non hai bisogno di nessuno adesso, ma ne avrai e allora vedremo se resterai dello stesso parere”.
Nunzia ha tanto aiutato il prossimo nella probabile consapevolezza che, tempo dopo, avrebbe avuto bisogno di altrettanto supporto.
Infatti, nel 2010 una terribile malattia – l’Alzheimer – la costringe su una sedia a rotelle per anni, fino alla sua morte nel 2015, nello stesso 16 aprile in cui era nata, 74 anni prima.

Una vita per la comunità
Giuseppe l’ha assistita fino all’ultimo giorno. Insieme hanno adottato a distanza da ogni parte del mondo, soprattutto bambine.
Si sono dedicati con entusiasmo alla vita parrocchiale e sociale della loro comunità, intervenendo ogni dove ci fosse bisogno.
Lei come catechista, lui costruendo presepi artigianali elettromeccanici, che molte realtà ecclesiastiche di Latina e San Giorgio a Cremano ricordano per la spiccata originalità e l’accuratezza dei dettagli.
Inventiva, manualità e creatività non sono mai mancate in casa Prota-Tammaro, insieme a musica, poesia e cucina napoletana servita con amore.
Le pareti tappezzate di attestati di merito da tutta Italia per questo e quel componimento. Giuseppe ne ha dedicati a tutto il quartiere: medici, amici, conoscenti, giovani coppie e perfino a noi de Il Caffè.


Lo spirito sempre moderno e propositivo
È un uomo a cui piace stare al passo con i tempi: non si lascia attraversare dalla storia, ma corre insieme a lei, disposto anche ad adattarsi ai cambiamenti che propone, purché non tradiscano la sua salda moralità.
Sa usare i dispositivi domotici a cui chiede ogni mattina di sprigionare per tutta la casa vivaci sonorità napoletane.
E si definisce un femminista, dalla parte delle donne, curioso di sapere in che mondo vivremmo se, dagli albori, fossero state loro il centro di gravità permanente, insieme all’intelligenza emotiva, alla capacità organizzativa, alla tenacia che le contraddistingue.
Per sua moglie Giuseppe ha fatto molto e perfino inventato da zero:
“Negli ultimi anni di Nunzia, costruii una serie di congegni per alzarla dal letto, per farle la doccia. Erano con fasce, leve e pistoni oleodinamici. Formai le varie assistenti domiciliari sul loro funzionamento e semplificai la vita di tutti.
Ma ricordo comunque le notti insonni a controllare che stesse bene. La malattia le tolse la parola, ma non la fisionomia e l’espressività. Dai sorrisi che mi regalava di tanto in tanto capivo di essere ancora sulla strada giusta”.
La “sua” Latina, oggi
E quella strada lastricata di dolcezza, condivisione, spirito di servizio Giuseppe continua a percorrerla tutti i giorni.
Infatti, ad 86 anni, più volte a settimana, al mattino, dopo una rigorosa “tazzulella ‘e cafè”, si prepara ed entusiasta si dirige verso strutture per anziani con l’obiettivo di allietarli per alcune ore. Racconta, recita, mette la musica e torna a casa contento, arricchito da una reciproca compagnia.
Farsi strada nel mondo con prepotenza: una frase che risuona familiare, oggi. Ma la rivoluzionaria gentilezza di Giuseppe racconta una storia diversa, uno scenario possibile, fatto di apertura, accoglienza, pacatezza e gratuità nel dono di sé.
Forse vivere per se stessi non è sinonimo di evoluzione, ma sintomo di egoismi sempre più radicati, che necessitano di essere confutati con esempi autentici di servizio e cura verso il prossimo. Come quello che ci ha regalato Giuseppe.
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