La particolare storia, partita da Minturno, paese in provincia di Latina, è finita fino in Cassazione.
Un’automobile per pagare una parcella da 5000 euro
Un avvocato chiedeva il pagamento integrale di una parcella professionale da 5.000 euro, nonostante il suo cliente avesse già consegnato un’auto del valore di 5.200 euro come forma di pagamento.
La vicenda era finita inizialmente davanti al Giudice di Pace di Minturno, in provincia di Latina. Il giudice aveva accolto per intero la richiesta dell’avvocato. Aveva infatti ritenuto inammissibile la difesa del cliente, che sosteneva di aver già pagato quanto dovuto con la consegna della vettura.
Il cliente però era ricorso al Tribunale di Cassino.
Il Tribunale di Cassino, in secondo grado, aveva parzialmente riformato la decisione. Aveva infatti ritenuto corretta la difesa dell’ex cliente: non si trattava di una semplice compensazione tra debiti, ma di una “datio in solutum“. Si tratta di una forma di pagamento diversa rispetto al denaro, prevista dal codice civile: in questo caso, l’auto in cambio della prestazione legale.
Secondo il Tribunale però il pagamento non poteva considerarsi completo. L’auto consegnata come pagamento aveva un valore stimabile in 3.200 euro. Il cliente doveva dunque versare la differenza: 1.800 euro.
Questa volta è stato l’avvocato a non essere d’accordo con la sentenza. Non condividendo la valutazione del Tribunale di Cassino, si era quindi rivolto alla Cassazione.
Pagamento ritenuto valido, ricorso rigettato
La Suprema Corte ha però rigettato il ricorso presentato dall’avvocato.
La Corte di Cassazione ha infatti confermato l’impostazione dei giudici di secondo grado: la cessione dell’auto non è stata una compensazione tra crediti, ma un vero e proprio pagamento parziale.
Inoltre, il valore del veicolo è stato ritenuto accertato in modo legittimo sulla base della documentazione e delle testimonianze disponibili. La Cassazione ha inoltre chiarito che queste valutazioni spettano ai giudici di merito, non potendo essere riesaminate in sede di legittimità.
È stato respinto anche il tentativo del ricorrente di sostenere che, in un altro processo, il cliente avrebbe giurato di non aver mai effettuato pagamenti in natura.
I giudici hanno ritenuto questo argomento privo di fondamento, poiché il presunto giuramento non è stato né riportato né formalmente provato.
Infine, è stata respinta anche la critica sul calcolo delle spese legali. L’avvocato chiedeva una liquidazione più alta, ma la Cassazione ha chiarito che i compensi devono essere determinati in base all’esito effettivo del giudizio, e non semplicemente secondo quanto richiesto all’inizio.
Il ricorso, dunque, è stato interamente rigettato. Nessuna condanna alle spese, in quanto la controparte non si è costituita in giudizio.
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