Uno di questi lembi, circa 86 metri quadri di ex fondale, più un piccolo pontile di 6 metri, è spuntato proprio davanti all’Hotel “La Culla del Lago”. Siamo sul lato nord-ovest del lago.
La struttura ricettiva ha colto l’occasione presentando al Comune di Castel Gandolfo la richiesta di trasformare quella nuova superficie in una spiaggia privata, con sdraio, ombrelloni e lettini a disposizione dei clienti.
Dal fondale all’uso esclusivo
L’amministrazione comunale di Castel Gandolfo ha accolto la domanda e approvato una concessione dell’uso esclusivo dei beni del Demani. L’area demaniale, pur nata da un evento naturale drammatico come la siccità, diventa ora concessione turistica a uso esclusivo.
La durata fissata è di sei anni, dal settembre 2025 al settembre 2031, con la possibilità di rinnovare in futuro.
In termini pratici, un pezzo di bene comune, sottratto alle acque e restituito temporaneamente dalla natura, è stato incardinato nel sistema delle concessioni lacuali e trasformato in un servizio aggiuntivo per un’impresa privata.
Un canone extra basso
Il dettaglio che solleva perplessità riguarda il canone di affitto stabilito: 246,80 euro all’anno. Una cifra talmente bassa da risultare quasi irrisoria, se paragonata al valore turistico e commerciale di una spiaggia fronte lago.
La somma è il risultato dell’applicazione di una norma regionale che prevede riduzioni dell’80% nei casi di “pubblica utilità”.
Recita il Regolamento Regione Lazio n. 01/2022:
“il canone dovuto è ridotto del 80%, nel caso di utilizzo dei beni del demanio idrico fluviale e lacuale da parte di enti pubblici o privati per fini di beneficenza e di utilità sociale o per altri fini di pubblico interesse, per i quali il concessionario non ricava dai beni demaniali alcun lucro o provento”
In questo caso non è chiara l’applicazione di tale sconto: non si tratta infatti di un’area aperta alla cittadinanza, bensì di uno spazio riservato ai clienti, paganti, di un hotel.
Il risultato è che il Comune di Castel Gandolfo incasserà una somma simbolica, mentre la struttura avrà a disposizione, per sei anni, un bene paesaggistico di assoluto pregio.
Ambiente e turismo in conflitto
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La scelta mette in luce una tensione profonda: da un lato l’esigenza di valorizzare il turismo, settore vitale per i Castelli Romani, dall’altro la necessità di preservare l’equilibrio ambientale del lago, inserito nel Parco dei Castelli Romani e tutelato da vincoli paesaggistici.
L’abbassamento progressivo del livello idrico, che un tempo bagnava i marciapiedi del lungolago e oggi si trova decine di metri più in basso, non è soltanto un fenomeno paesaggistico, ma un segnale d’allarme sull’utilizzo delle risorse idriche da parte di molti comuni.
In questo quadro, l’assegnazione di nuove concessioni rischia di trasformare un problema ecologico in un’opportunità commerciale.
La privatizzazione ‘silenziosa’ delle rive
Il caso dell’Hotel “La Culla del Lago” non è isolato.
Negli ultimi decenni, diverse aree emerse sono state progressivamente trasformate in stabilimenti balneari lacustri.
Questa dinamica crea una sorta di privatizzazione ‘silenziosa delle sponde, con spazi sottratti alla collettività e convertiti in spiagge a pagamento.
La procedura seguita è corretta e legittima, ma apre un fronte politico e culturale di grande rilievo: è giusto che lembi di terra emersi per effetto della siccità, fenomeno che mette a rischio l’intero ecosistema, vengano immediatamente destinati a fini commerciali privati? E qual è il costo giusto?
Una questione di prospettiva politica
La vicenda riporta in primo piano le responsabilità della politica locale e regionale.
L’applicazione automatica di riduzioni di canone pensate per casi di beneficenza o utilità sociale, ma utilizzate in un contesto turistico esclusivo, appare come una distorsione del principio originario.
E se ogni hotel, ristorante o stabilimento lungo il lago presentasse richieste analoghe, il rischio sarebbe la frammentazione totale delle rive, con un mosaico di concessioni che ridurrebbe drasticamente l’accesso libero al bacino.
La questione, quindi, non riguarda soltanto l’atto amministrativo di Castel Gandolfo, ma l’intero modello di gestione del Lago Albano.
Il futuro incerto del Lago Albano
Mentre sdraio e ombrelloni si preparano a occupare l’ennesima spiaggia “nata dalla siccità”, la domanda più pressante resta inevasa: quale futuro attende il Lago Albano?
La riduzione delle acque sembra inarrestabile, gli interessi economici aumentano e la tutela ambientale fatica a imporsi.
Senza una visione unitaria che coinvolga Comuni, Parco dei Castelli Romani e anche Vaticano, il rischio è che il lago diventi un mosaico di micro-interessi privati, incapaci di garantire né la salvaguardia ecologica né l’accesso equo ai cittadini.
Un destino che trasformerebbe uno dei luoghi simbolo del Lazio in un paesaggio progressivamente svuotato della sua essenza naturale e spirituale.
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