L’ente regionale, con una Determinazione dirigenziale del 12 agosto 2025, ha emesso un severo provvedimento di diffida, paventando la possibilità di una sospensione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). Le accuse sono pesantissime: presunte gravi violazioni delle norme ambientali che avrebbero compromesso la sicurezza e l’integrità del territorio circostante, con un focus particolare sull’inquinamento delle falde acquifere.
Pomezia, le indagini e le accuse di ARPA Lazio
L’esito dei recenti sopralluoghi effettuati dall’ARPA Lazio nel mese di aprile e maggio 2025 ha svelato un quadro preoccupante. I tecnici dell’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale hanno accertato una serie di gravi non conformità, elevando il livello di allarme.
Tra le violazioni più eclatanti, la gestione inadeguata dei rifiuti, con la presenza di materiale putrefatto che emanava odori nauseabondi e lasciava fuoriuscire liquidi inquinanti.
All’interno di alcuni capannoni, rifiuti pericolosi come il bitume erano stoccati in modo disorganizzato, con sversamenti a terra che rappresentavano un rischio tangibile per l’ambiente.
Ma la scoperta più inquietante riguarda la rete di scarichi.
Durante le ispezioni, i tecnici hanno infatti rilevato una difformità nella planimetria delle condotte idriche. Un sistema di raccolta per sversamenti accidentali, che avrebbe dovuto essere a tenuta, risultava invece comunicare con una fossa vicina a un punto di emissione.
Nonostante le rassicurazioni dell’azienda, il tracciamento ha rivelato che una condotta per le acque meteoriche si trovava al di sotto di un piazzale confinante e raccoglieva anche gli scarichi di una ditta limitrofa.
Queste anomalie non sono di poco conto, perché sollevano seri interrogativi sull’efficacia dei sistemi di controllo e sulla reale impermeabilità del suolo, elementi cruciali per prevenire la contaminazione delle falde acquifere, la risorsa idrica sotterranea vitale per il territorio.
Stoccaggi caotici e rischi incalcolabili
Le violazioni riscontrate da ARPA non si limitano agli scarichi. Il rapporto d’ispezione ha messo in luce una gestione del deposito dei rifiuti che rasenta il caos.
Diverse aree dell’impianto, contrariamente a quanto previsto dalla planimetria autorizzata, erano occupate da materiali e contenitori disposti in maniera disorganizzata, ostacolando persino le uscite di emergenza e rendendo difficile l’ispezione.
Il capannone E, che avrebbe dovuto essere un’area di transito, era invaso da fusti contenenti residui liquidi, potenzialmente pericolosi.
All’interno del capannone D, rifiuti come pitture e vernici erano ammassati in modo disordinato, creando un potenziale rischio di incidenti e sversamenti.
Questi episodi mettono in discussione la capacità dell’azienda di operare nel rispetto delle normative di sicurezza e igiene ambientale.
Inoltre, le operazioni di “messa in riserva” e “deposito preliminare” non erano fisicamente separate, come imposto dalle prescrizioni.
La mancanza di una chiara distinzione tra queste aree, unita a un quadro generale di disorganizzazione, aumenta esponenzialmente il rischio di contaminazioni incrociate e di incidenti ambientali.
La sicurezza degli operatori e la protezione del territorio passano attraverso il rigido rispetto delle procedure, una condizione che, a giudicare dalle ispezioni, non è stata pienamente rispettata.
Le conseguenze di tale negligenza potrebbero essere catastrofiche, in un’area già sensibile dal punto di vista idrogeologico.
La Regione Lazio prende posizione: diffida e ultimatum
Di fronte a un quadro così allarmante, la Regione Lazio ha agito con fermezza.
Il provvedimento di diffida notificato all’Ecocentro Srl non è un semplice richiamo, ma un ultimatum preciso e circostanziato. L’azienda è ora obbligata a porre rimedio a tutte le irregolarità riscontrate entro il termine perentorio entro 30 giorni.
L’obiettivo è ripristinare il pieno rispetto delle condizioni imposte dall’Autorizzazione Integrata Ambientale e garantire che l’impianto operi in modo sicuro e conforme alla legge. lLa Regione Lazio ha indicato all’Arpa la necessità di fare poi un ulteriore sopralluogo per accertarsi degli interventi messi in opera.
Se l’azienda non dovesse adempiere a tutte le richieste, la strada successiva per legge è la sospensione dell’AIA, un passo che porterebbe alla chiusura dell’impianto.

La situazione è delicata e richiede la massima trasparenza e un’azione tempestiva. La popolazione di Pomezia, e in generale del Lazio, ha il diritto di vivere in un ambiente salubre e protetto. Le autorità, in particolare la Regione Lazio e l’ARPA, sono chiamate a svolgere un ruolo di vigilanza ferrea per assicurare che la gestione dei rifiuti non diventi una minaccia per il futuro del territorio.
Le analisi idriche: un segnale agghiacciante
Il dato più drammatico, emerso dal dossier di ARPA Lazio, riguarda l’esito dei campionamenti nelle acque sotterranee.
Le analisi condotte sui pozzi di monitoraggio hanno rivelato la presenza di inquinanti in concentrazioni assai superiori ai limiti consentiti. I livelli di alcuni inquinanti arrivano a superare fino a più di 500 volte il limite consentito dalla legge.
un segnale agghiacciante che conferma i timori legati alle difformità riscontrate nelle condotte e alla gestione approssimativa dei rifiuti.

La contaminazione delle falde acquifere è una delle forme più insidiose di danno ambientale, in quanto compromette una risorsa essenziale e la cui bonifica risulta complessa e di lunghissima durata.
La Regione Lazio ha rilevato un incremento del valore dei metalli pesanti, composti organici volatili e in particolare di idrocarburi, sostanze che mettono in grave pericolo l’integrità dell’ecosistema e la salute pubblica.
Questo riscontro finale rende la situazione critica, trasformando le violazioni da semplice disorganizzazione a un danno ambientale già in atto, un fatto che rende ancora più urgente e categorico l’intervento.
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