Giustizia definitiva per la 77enne dei Castelli Romani
La Corte d’Appello di Roma ha messo la parola fine a distanza di 14 anni dal decesso della 77enne, condannando la Asl Roma G al risarcimento di una cifra che sfiora il milione e mezzo di euro alla quale vanno aggiunti anche pesanti interessi legali, visto proprio il ricorso presentato dalla Asl accusata.
La condanna di primo grado era avvenuta già nel 2020 da parte del Tribunale di Velletri, che aveva riconosciuto la tesi dell’avvocato Renato Mattarelli, che rappresentava la famiglia della deceduta.
L’accusa aveva dimostrato una serie di errori.
Il fatto, ad esempio, che presso l’Ospedale Parodi di Colleferro la donna fosse stata erroneamente trasfusa con una sacca di sangue destinata ad un’altra paziente che si trovava nel letto vicino. O anche la mancata trascrizione dell’errore sulla cartella clinica. E ancora l’aver taciuto tutto ciò ai sanitari dell’Ospedale Umberto I dove la donna era poi stata trasferita.
La Asl condannata aveva presentato appello e la vicenda si è così trascinata per altri 5 anni nelle aule dei tribunali.
Lo scorso giugno la Corte d’Appello ha confermato la sentenza di primo grado e così si sono aggiunti alla somma da pagare anche i salati interessi che saranno pagarti con i “soldi pubblici”.
Dal ricovero a Colleferro al decesso
A riassumere la triste vicenda è lo stesso avvocato Mattarelli, che così aveva scritto nel documento d’accusa:
“Nella primavera del 2011 la 77enne accedeva al Pronto Soccorso del P.O. “Parodi Delfino” di Colleferro e qui successivamente ricoverata per 28 giorni e poi trasferita al Policlinico Umberto I di Roma dove, dopo 30 giorni di ricovero, decedeva per complicanze di una neuropatia autoimmune.
La causa della morte, o comunque l’aggravamento delle condizioni di salute della paziente, era imputabile ai sanitari del P.O. di Colleferro per il grave ritardo diagnostico della neuropatia nonché per un errore trasfusionale (somministrazione di una sacca di sangue incompatibile destinato ad altro soggetto ricoverato) che provocava alla paziente un grave shock, la distruzione del sistema immunitario con il conseguente aggravamento della patologia neurologica fino all’exitus.
Ciononostante i sanitari del P.O. di Colleferro: non si adoperavano con una adeguata terapia di contenimento dell’errore trasfusionale; non annotavano in cartella clinica la trasfusione di sangue incompatibile a futura memoria delle successive cure alla paziente; non informavano (dopo il trasferimento della paziente in altro P.O.) i medici del Policlinico Umberto I dell’errore trasfusionale, inducendoli in un ulteriore ritardo diagnostico e terapeutico che azzerava tutte le chanches di sopravvivenza della paziente.
Informazione pubblicitariaInoltre, in via esemplificativa e non esaustiva, ai sanitari del PO di Colleferro andava imputata la dolosa omissione e manipolazione della cartella clinica; la mancata informazione e l’acquisizione di un valido consenso; il doloso trasferimento della paziente, mascherato da una richiesta di esame specialistico”.
Queste le accuse. Il tribunale ha deciso quindi per la condanna.
Ministero e Regione Lazio, archiviazione troppo ‘frettolosa’
Altre cose bisognerebbe chiarire in questa drammatica vicenda.
Come il comportamento del Ministero della Salute e della Regione Lazio che, avuta notizia del decesso, avevano avviato un’inchiesta, chiusa però sul nascere, perché della trasfusione in cartella clinica non c’era nessuna traccia.
Solo nel corso della causa poi sarà documentata la dichiarazione scritta del sanitario che aveva sbagliato paziente per la trasfusione.
I giudici hanno messo ora messo la parola fine, almeno per quello che riguarda il giudizio civile. Con la ASL che dovrà sborsare l’enorme cifra per risarcire l’incredibile serie di errori o omissioni che hanno contribuito al decesso della 77enne






















