È la fotografia di un contenzioso lungo quasi due decenni, che ha visto il Comune di Pomezia e un proprietario di aree nel comparto C2 Torvaianica Alta – Campo Jemini affrontarsi a colpi di ricorsi, sentenze e diffide.
Alla fine, l’epilogo giudiziario è arrivato: il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata dal cittadino, che chiedeva un grosso indennizzo per l’impossibilità di edificare.
Campo Jemini, caos urbanistico
La vicenda affonda le sue radici nel 1987, quando l’area di Campo Jemini fu inserita in una variante al Piano Regolatore Generale, destinata al recupero di un insediamento edilizio spontaneo.
Seguì un Piano Particolareggiato Esecutivo, che fissava standard urbanistici e vincoli di esproprio. Ma l’esproprio non arrivò mai.
Nel 2007 il Consiglio di Stato obbligò il Comune di Pomezia a rivedere la pianificazione, aprendo la strada a nuove varianti urbanistiche.
Da lì, però, iniziò una giostra di delibere comunali, approvazioni mancate e contraddizioni amministrative che hanno lasciato i proprietari nell’incertezza totale.
Le delibere ‘fantasma’ del Comune di Pomezia
Il nodo principale riguarda due atti chiave del 2009. Con la Delibera n. 16, il Consiglio comunale approvò una variante al piano di Torvaianica Alta – Campo Jemini. Ma, clamorosamente, quando l’atto fu trasmesso alla Regione Lazio, mancava un tassello: la successiva Delibera n. 63. Risultato?
Solo la prima fu approvata in via tacita, la seconda cadde nel vuoto.
Nel 2010 il Comune di Pomezia rese nota l’approvazione del piano, ma senza fornire risposte chiare ai proprietari. Uno di loro, dopo anni di richieste e solleciti senza esito, ha deciso quindi di passare alle vie legali.
1,5 milioni per la lottizzazione di 36mila mq saltata
Nel 2020 il privato ha depositato un ricorso al TAR del Lazio chiedendo un risarcimento complessivo di 1,5 milioni di euro.
Secondo la sua tesi, la cattiva gestione amministrativa avrebbe generato un danno economico enorme, sia per l’impossibilità di valorizzare il terreno, sia per il deprezzamento subito negli anni.
Dopo una lunga battaglia processuale, la richiesta è stata ridimensionata: almeno 500mila euro per il mancato guadagno, a titolo di risarcimento minimo.
La difesa del Comune di Pomezia
Il Comune di Pomezia, rappresentato dall’avvocato Luigi Leoncilli, ha respinto ogni accusa.
Due le linee di difesa principali: la tardività del ricorso – depositato oltre i 120 giorni previsti dalla legge – e l’assenza di prove concrete sul danno subito.
Inoltre, secondo l’ente, non esiste alcun nesso diretto tra le scelte amministrative e le presunte perdite economiche del ricorrente. La pianificazione urbanistica, ricordano i giudici, resta una prerogativa discrezionale della pubblica amministrazione.
La sentenza del Tribunale
Il Tribunale amministrativo ha accolto la tesi del Comune di Pomezia.
Il Collegio ha ribadito che spetta al privato dimostrare non solo l’illegittimità della condotta amministrativa, ma anche il danno subito, il nesso causale e la sua quantificazione. Tutti elementi mancanti, secondo i giudici.
Non solo. Il ricorrente non aveva mai sollecitato formalmente la Regione Lazio a esaminare la delibera mancante, né aveva presentato ulteriori azioni contro il silenzio del Comune di Pomezia dopo le precedenti sentenze.
Una condotta “inerte” che ha reso impossibile attribuire al municipio la responsabilità dei presunti danni.
La conseguenza è netta: niente risarcimento, niente riconoscimento delle pretese avanzate.
L’area di 36mila metri quadri resta congelata in un limbo urbanistico, e il privato dovrà dire addio al mezzo milione di euro richiesto.
Le spese di lite, tuttavia, sono state compensate: nessuna delle due parti dovrà pagare l’altra. Un contentino che non consola il proprietario, ma che almeno evita ulteriori aggravi economici.
Una vicenda simbolo
La storia di Campo Jemini non è solo un caso di cronaca giudiziaria, è il simbolo di un’Italia in cui le promesse urbanistiche si trasformano in sabbie mobili burocratiche, e in cui i cittadini si ritrovano intrappolati tra carte, delibere e tribunali.
Pomezia, ancora una volta, si scopre teatro di conflitti infiniti fra pubblico e privato, con il risultato che i progetti di sviluppo restano sulla carta e i terreni rimangono nell’indeterminatezza.
Un’eterna attesa che ora, con la sentenza del TAR, sembra essersi chiusa, almeno nelle aule di giustizia.
Fermo restando che il privato ha facoltà di presentare ricorso di secondo grado al Consiglio di Stato contro tale sentenza di primo grado.
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