L’amministrazione di Pomezia è stata condannata a risarcire per circa 50mila euro (compresi interessi legali e rivalutazione) la società Italcementi, società che fa parte della multinazionale tedesca HeidelbergCement ed è il quinto produttore a livello mondiale di cemento.
Una vicenda che si trascina da anni e che mette in luce l’improvvisazione con cui il Comune di Pomezia ha gestito (14 anni fa) un caso delicato e complesso. La sentenza risale a fine 2024, ma è stata resa nota solo nei giorni scorsi.
La vicenda nasce nel 2011
Tutto parte da due ordinanze contingibili e urgenti emanate dal Comune di Pomezia nell’ottobre e novembre del 2011.
Dopo un sequestro penale di un’area della Italcementi, in zona via Padova, occupata abusivamente da terzi, l’amministrazione impose alla società di costruire una recinzione a proprie spese e di farsi carico del mantenimento di animali abbandonati sul terreno, ossia cani randagi.
Un ordine paradossale: nonostante l’area fosse stata occupata abusivamente, l’onere del mantenimento venne attribuito al legittimo proprietario. Italcementi obbedì, ma si mosse subito in sede legale. E già nel 2012 il Tribunale Amministrativo regionale (TAR) del Lazio le diede ragione, annullando quelle ordinanze giudicate illegittime.
Una lunga battaglia legale
Dopo l’annullamento, la società chiese il rimborso delle spese sostenute: oltre 41mila euro tra recinzione, cibo, cure veterinarie e medicinali per gli animali. Una cifra documentata da fatture e bonifici.
Il TAR, però, dichiarò inammissibile il ricorso per tardività. Italcementi non si arrese e presentò appello al Consiglio di Stato, sostenendo che i tempi erano stati calcolati male.
La domanda di risarcimento, spiegava Italcementi, doveva essere considerata entro 120 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza di annullamento, non dalla data delle ordinanze.
La sentenza del Consiglio di Stato
I giudici di Palazzo Spada hanno dato pienamente ragione a Italcementi, riconoscendo che la società aveva diritto al risarcimento.
Non solo. Il Consiglio di Stato ha sottolineato che il Comune di Pomezia aveva imposto obblighi che non gli competevano, addossando a un privato responsabilità che invece spettavano all’ente pubblico.
Custodia e cura degli animali abbandonati, così come la messa in sicurezza dell’area, rientravano infatti tra i doveri dell’amministrazione, non del proprietario del terreno.
Il conto per il Comune di Pomezia
La condanna è chiara: Pomezia dovrà versare a Italcementi 41.679,14 euro, più rivalutazione monetaria e interessi legali, calcolati a partire dai singoli pagamenti che la società ha effettuato tredici anni fa.
Un debito che rischia di gonfiarsi ulteriormente, sopra i 50mila euro (il calcolo lo abbiamo fatto noi, pertanto è approssimativo), trasformandosi così in una vera e propria stangata per le casse comunali, già sotto pressione per altri contenziosi e obblighi verso lo Stato.
Le spese legali, in via eccezionale, sono state compensate tra le parti. Ma il danno economico rimane tutto a carico del Comune di Pomezia.
Una lezione amara per l’amministrazione
La vicenda lascia l’amaro in bocca ai cittadini, che ora vedono confermata l’ennesima leggerezza burocratica trasformata in debito pubblico.
Ordinanze illegittime, ricorsi persi e denaro che dovrà uscire dalle casse municipali per pagare errori commessi oltre dieci anni fa.
Il messaggio della giustizia amministrativa è netto: i Comuni non possono scaricare sui privati compiti che spettano alla pubblica amministrazione. Pomezia, questa volta, ne paga il prezzo.
Ora anche le tasse sulla sentenza
Come se non bastasse, arriva un ulteriore aggravio: il Comune di Pomezia ha dovuto adottare la determinazione dirigenziale n. 1066 del 16 settembre 2025, con cui ha impegnato 1.250 euro per il pagamento dell’imposta di registro dovuta sulla sentenza Italcementi. Una spesa aggiuntiva che si somma al risarcimento, inevitabile perché prevista dalla legge, ma che pesa anch’essa sul bilancio dell’ente.
Il documento, firmato dal dirigente del settore finanziario Giovanni Ugoccioni, evidenzia come l’amministrazione si trovi ora obbligata non solo a rimborsare la società, ma anche a corrispondere allo Stato le tasse correlate al giudizio.
Una doppia beffa che trasforma la vicenda in un conto salatissimo.
La sentenza è definitiva e non c’è possibilità di richiedere un appello.
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