Lo ha stabilito il Tribunale, confermando in toto la linea dura del Comune di Pomezia, che aveva già emesso un’ordinanza di demolizione.
Il provvedimento è definitivo e impone ai proprietari, insieme a progettisti e impresa esecutrice, di ripristinare lo stato dei luoghi entro sessanta giorni.
L’esposto anonimo che ha fatto scattare i controlli
Tutto ha avuto inizio con un esposto anonimo, arrivato lo scorso marzo alla Polizia Locale.
La segnalazione denunciava presunte irregolarità in un cantiere che, ufficialmente, avrebbe dovuto riguardare semplici lavori di ristrutturazione.
Un sopralluogo congiunto degli agenti e dei tecnici comunali ha però mostrato una realtà diversa: nuove strutture murarie, solai e ampliamenti che configuravano una vera e propria nuova costruzione.
Opere che non solo non corrispondevano al progetto dichiarato, ma che erano anche prive delle necessarie autorizzazioni paesaggistiche e sismiche.
Nessun titolo edilizio, abbattimento immediato
Le verifiche incrociate hanno ricostruito una vicenda edilizia lunga oltre vent’anni.
I titoli edilizi originari, risalenti al 2001 e al 2002, erano decaduti per mancata comunicazione di inizio lavori.
A confermarlo, una fotografia aerea scattata nel 2003 dalla società S.A.R.A. Nistri, che mostrava l’area completamente libera da edifici. In altre parole, l’attuale fabbricato non poteva essere lì.
Persino il condono richiesto nel 2004, e approvato nel 2011, è stato giudicato privo di fondamento: si basava infatti sulla dichiarazione che la villa fosse già esistente nel 2003, circostanza smentita dalle prove documentali.
Il Comune di Pomezia aveva sospeso i lavori già a giugno, contestando agli interessati una serie di violazioni urbanistiche e normative.
Dopo mesi di proroghe e tentativi di difesa, nessuna documentazione convincente è stata presentata. Così, a settembre, la relazione istruttoria ha sancito in maniera inequivocabile che l’immobile era stato costruito in totale assenza di titolo edilizio.
Ora il Tribunale ha confermato: la villa deve essere rasa al suolo.
60 giorni per abbatterla o sarà requisita
L’ordinanza numero 115 del 24 settembre 2025 ora è chiara e categorica. Proprietari, progettista e impresa esecutrice hanno sessanta giorni di tempo per procedere alla demolizione completa e riportare il terreno allo stato originario.
In caso di inottemperanza scatterà la misura più dura: l’acquisizione gratuita dell’area al patrimonio comunale. Una confisca che, secondo la normativa vigente, trasforma automaticamente il suolo e l’immobile in proprietà del Comune.
Un sorriso più radioso col "Trattamento illuminante" in un solo appuntamento
A firmare il provvedimento è stata la dirigente del settore urbanistica, che ha applicato il Testo Unico sull’edilizia e la legge regionale in materia. Ricordiamo che, giunti a questa fase giudiziaria, non vi è più possibilità di trattativa: gli atti legali sono obbligatori.
Un atto dovuto, quindi, che comunque si inserisce in una strategia più ampia di tolleranza zero contro l’abusivismo edilizio, fenomeno che da decenni deturpa il litorale laziale e l’Agro Romano.
«Non è più tempo di chiudere un occhio – commentano fonti vicine all’amministrazione – ogni costruzione illegale rappresenta un danno per il territorio e un’ingiustizia verso chi rispetta le regole».
Controlli e legalità
Il caso della maxi villa di Pomezia è destinato a diventare emblematico.
Non solo per le dimensioni del manufatto, ma per la tenacia con cui il Comune di Pomezia ha portato avanti l’iter, fino alla conferma giudiziaria.
Dimostra che i controlli, se ben condotti, possono smascherare abusi radicati e stratificati nel tempo, anche dietro una parvenza di regolarità formale.
La fotografia del 2003, che ha mostrato l’assenza dell’edificio, resterà come la prova regina di una storia di costruzioni abusive tentate e coperte da documenti oggi smontati pezzo dopo pezzo.
Per la maxi villa di via Campo Selva il destino è segnato. Sessanta giorni per abbatterla e cancellare ogni traccia di cemento. In caso contrario, il Comune di Pomezia entrerà in possesso del bene, trasformando un abuso in patrimonio pubblico.
Una “stangata” che suona come monito per chi pensa ancora di poter costruire fuori dalle regole, in una terra troppo a lungo ferita dall’illegalità edilizia.
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