È destinata a far discutere la sentenza di questi giorni firmata a Latina dal giudice del lavoro Valentina Avarello, che ha respinto un ricorso contro un avviso di addebito dell’INPS.
Ricorso respinto a Latina: scritto con ChatGPT
Il motivo per cui il giudice di Latina ha respinto il ricorso? È presto detto: la difesa dell’avvocato sembrava scritta più da un algoritmo distratto che da un professionista in carne e ossa.
Il magistrato non l’ha presa bene e ha bacchettato senza mezzi termini il legale, reo – secondo la sentenza – di aver delegato agli ingranaggi digitali il lavoro sporco, dimenticando però il dettaglio fondamentale: dare almeno un’occhiata a quello che la macchina aveva sputato fuori. Perché l’Intelligenza Artificiale, se non controllata, può risultare poco intelligente!
Parole al vetriolo nella motivazione del giudice che ha respinto il ricorso:
«Il ricorso giudiziario, come centinaia di altri patrocinati dallo stesso difensore, risulta evidentemente redatto con strumenti di intelligenza artificiale… tanto è evidente dalla gestione del procedimento quanto dalla scarsa qualità degli scritti difensivi».
Tradotto: sembrava più la bozza di un chatbot svogliato che un atto processuale.
Secondo il giudice, gli atti erano un “frullato” di norme e sentenze messe insieme senza criterio, con la stessa coerenza di un manuale d’istruzioni scritto in tre lingue diverse e passato su Google Translate:
«Un coacervo di citazioni normative e giurisprudenziali astratte, prive di ordine logico ed in gran parte incoerenti rispetto al thema decidendum».
Insomma, a Latina non ci si annoia proprio mai, soprattutto quando l’intelligenza artificiale finisce… alla sbarra.
Il precedente a Torino: uso negligente e in malafede delle AI
La decisione del giudice di Latina non è isolata: c’è già un precedente simile a Torino.
Anche qui, oltre alla figuraccia, è arrivata la stangata economica: l’avvocato è stato condannato a risarcire sia la controparte che la Cassa delle Ammende.
Il tutto perché il giudice ha bollato il ricorso come presentato “in malafede o con grave negligenza”.
Il caso, insomma, apre il dibattito sull’uso delle AI nei tribunali.
Una cosa è chiedere a ChatGPT di scrivere la lista della spesa o la didascalia per Instagram, un’altra è affidargli il destino giudiziario dei clienti. A meno che non si voglia rischiare che la difesa venga confusa con una fanfiction giuridica.
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