Quel giorno l’ex marito di Antonietta, il carabiniere Luigi Capasso si era presentato sotto l’appartamento dove Antonietta viveva con le due figlie, Alessia e Martina, di 13 e 7 anni.
Dopo averla aspettata in garage mentre si recava al lavoro, Capasso le aveva sparato tre colpi, ferendola gravemente alla mandibola, alla scapola e all’addome. Successivamente aveva preso le chiavi dell’appartamento, era salito al secondo piano e aveva sparato alle bambine.
Una vicina, notando il corpo ferito di Antonietta, aveva subito allertato i soccorsi. I carabinieri, giunti sul posto, avevano tentato per circa cinque ore di trattare con Capasso, che aveva lasciato intendere che le figlie fossero ancora vive.
Alla fine, le bambine erano già morte e il carabiniere si è tolto la vita.
Strage di Cisterna: il racconto di mamma Antonietta
Ieri Antonietta Gargiulo è stata ospite del salotto di Verissimo, dove ha raccontato il suo dramma.
“Oggi ho una dimensione del tempo diversa, per me si è fermato. È sopravvivenza. È stato complicato andare avanti, la mia vita si è fermata in pochi minuti, il recupero fisico è stato difficile, sono stata in fin di vita: un lavoro quotidiano, sia fisico che mentale.
Era tutto troppo grande e troppo pesante, ci ho messo del tempo per capire quello che è successo quel giorno. La mia storia non doveva restare un fatto di cronaca nera, ma un faro di luce e di speranza per altre donne e altri bambini”.
Antonietta ha raccontato come tutto sia iniziato:
“Ho conosciuto Capasso a 16 anni, avevo 21 quando mi sono sposata. Avevo perso mia madre a 13 anni. Dopo il matrimonio iniziano i segnali di aggressività fisica e psicologica, la violenza inizia sempre dai linguaggi, ha fatto un’opera distruttiva verso di me, non ero mai abbastanza e mai all’altezza.
Ma è come se io non avessi voluto vedere questa violenza. Le donne fanno fatica a capire quello che sta succedendo, è come se non accettassi questa situazione. Non credevo che stesse succedendo a me. La violenza è come un terremoto, toglie la terra sotto i piedi”.
Le violenze psicologiche e fisiche
“Quando è nata Alessia, prese un coltello e disse che ci avrebbe ucciso se non avesse smesso di piangere. Ho iniziato a evitare conflitti e ad accondiscendere, temevo le sue reazioni. Poi le sue reazioni aggressive sfociavano in violenza fisica.
Quando fu allontanato dal lavoro, dava la colpa a me: per 15 anni ho creduto di essere io sbagliata, poi però arriva il giorno della consapevolezza. Ho capito che le sue reazioni erano sproporzionate ai fatti.
L’ho denunciato la prima volta nel settembre 2017, dopo che si era presentato al lavoro con le mie figlie armato, spaventandomi. Ho vissuto nel terrore, era armato facendo parte delle forze dell’ordine.
Mi ha aggredito anche quando andai a riprendermi le bambine per trasferirmi da un’amica, tre giorni dopo il primo esposto formale. Cercavamo di tenere un clima di poca conflittualità, ma non è vita”.
Il giorno della strage
Antonietta ha poi ricostruito quel tragico giorno:
“Dopo l’aggressione di settembre, ho preso consapevolezza che dovevo andarmene. Ma avevano bisogno dei loro spazi, della loro camera.
Il 28 febbraio aspettavo una mia amica che mi desse il cambio a casa per portare le bambine a scuola, intanto mi avvio al lavoro ma me lo sono trovato in garage, era nascosto dietro a delle serrande, al buio. Ha sparato sei colpi contro di me, senza dire una parola.
Ho urlato e mi sono girata per scappare, lui sapeva che sarei stata sola, forse mi controllava. Sono riuscita a rialzarmi, ho visto il sangue e ho messo la mano sulla ferita, gridavo e chiedevo aiuto.
Si è avvicinato un ragazzo, anche lui carabiniere, gli ho chiesto di chiamare la vicina. Dicevo: ‘Mio marito mi ha sparato, è scappato con la mia borsa con telefono e chiavi’. Ero disperata, avevo paura di morire lì”.
La scoperta della verità
“Poi si è barricato in casa. Io ero in coma e ho appreso molto lentamente nel tempo cosa era successo. Non riesco a non pensare a cosa hanno provato le mie bambine.
Mi hanno raccontato con molta delicatezza cosa è successo: io sono sopravvissuta in maniera straordinaria, ma ho avuto la possibilità di essere soccorsa, possibilità che alle mie figlie è stata negata”.
Dal fascicolo è emerso anche un gesto di grande amore di Alessia:
“Mia figlia mi aveva mandato un messaggio, lei ha sempre pensato a me. Avevo 25 anni quando è nata, sono diventata mamma insieme a lei, è stata sempre molto protettiva. Aveva detto alla maestra di danza che quell’anno non sarebbe rientrata perché doveva restare accanto a me”.

E ancora:
“L’8 marzo mi comunicano che Alessia e Martina non c’erano più. È subentrato uno stato di shock, era una cosa che non pensavo minimamente, le immaginavo a casa, accudite dalla mia famiglia. È come se fosse entrato un grigio, una sensazione che non avevo provato.
Sono rimasta a guardare il soffitto per giorni, rifiutavo ogni aiuto, uno stato di vuoto, paralizzata. Avrebbero dovuto aiutarmi prima. Poi è come se avvertissi una presenza e una voce: ‘Mamma, tu devi vivere’. Un’energia così forte che mi ha riattivato la mente, le emozioni.
Ho iniziato a riavvolgere la mia storia e molte cose non mi sono sembrate chiare. Mi è stato concesso di poter dare voce ad Alessia, Martina e a tutte le donne che a differenza mia non hanno più voce.
Un dovere morale verso tutte le donne che non hanno avuto la mia possibilità. Ho deciso quindi di alzarmi e riprendere la mia dignità, quella che il mio assassino voleva togliermi”.
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