È quanto emerso dalla recente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, che ha accolto il ricorso della società proponente, Ica Ren Elf S.r.l., ordinando al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica di concludere l’iter entro 30 giorni.
Il progetto, ribattezzato “Velletri-Lazzaria“, integra pannelli solari, coltivazioni agricole e un sistema di accumulo energetico da 40 MW, configurandosi come uno degli interventi più rilevanti del territorio in termini di produzione da fonti rinnovabili.
L’inerzia amministrativa al centro della controversia
La società aveva presentato la domanda di VIA il 13 settembre 2024.
Dopo le verifiche preliminari e le pubblicazioni degli avvisi di legge, la procedura era entrata nella fase di consultazione pubblica, conclusa l’11 dicembre 2024.
Da quel momento, però, nulla si era mosso: il dossier era rimasto bloccato nella cosiddetta “istruttoria tecnica” presso la Commissione Tecnica PNRR-PNIEC, organo ministeriale deputato a valutare progetti strategici nazionali in materia di energia.
Mancavano all’appello, inoltre, i pareri del Ministero, anch’esso coinvolto per la valutazione di eventuali profili paesaggistici. Il risultato: scadenze procedurali ampiamente superate e nessuna decisione adottata.
Termini perentori: perché il ritardo non è ammissibile
Il TAR ha ricordato che, nel caso di impianti legati agli obiettivi energetici nazionali e comunitari, i termini di conclusione della procedura di VIA sono definiti come perentori per legge.
La Commissione deve esprimere il proprio parere entro 130 giorni dalla pubblicazione della documentazione, e il Ministero deve decidere entro i successivi 30 giorni, previo concerto con il Ministero della Cultura.
Nel caso del progetto di Velletri, questi termini sono scaduti tra gennaio e febbraio 2025, senza che fosse stato adottato alcun provvedimento finale. Il Tribunale ha quindi constatato un “silenzio inadempimento” da parte dell’Amministrazione, ritenuto illegittimo.
La spinta delle fonti rinnovabili come interesse pubblico primario
La decisione del TAR si inserisce in una cornice normativa che, a livello nazionale ed europeo, dà priorità ai progetti di produzione energetica da fonti rinnovabili. Le direttive europee stabiliscono chiaramente che gli Stati membri devono favorire e accelerare gli iter autorizzativi, trattandoli come opere di interesse pubblico prevalente.
La sentenza ribadisce che le energie rinnovabili non sono semplici iniziative economiche private, ma elementi strategici per ridurre emissioni, rispondere al fabbisogno energetico, e diminuire la dipendenza da combustibili fossili.
In questo senso, ritardi amministrativi non solo incidono sugli operatori del settore, ma ostacolano obiettivi di rilievo nazionale.
Tra tutela ambientale e sviluppo del territorio
L’impianto Velletri-Lazzaria rientra nella categoria degli agrivoltaici, strutture che integrano coltivazione agricola e produzione energetica, evitando il consumo definitivo di suolo agricolo. Questa nuova tipologia di impianto è oggi considerata una delle soluzioni più avanzate per coniugare sviluppo green e tutela dei paesaggi rurali.
Tuttavia, la vicinanza con aree di interesse storico-paesaggistico rende necessaria la valutazione congiunta del Ministero della Cultura, passaggio indispensabile per evitare impatti irreversibili sul contesto locale. La sentenza non entra nel merito dell’esito della valutazione, ma impone che essa venga conclusa in tempi certi.
Cosa succede ora
Il TAR ha ordinato al Ministero dell’Ambiente di chiudere la procedura entro 30 giorni dalla notifica della sentenza.
Ciò significa che, nel giro di poche settimane, dovrà essere adottato un provvedimento chiaro: autorizzazione, prescrizioni o diniego motivato. In caso di ulteriore ritardo, la società potrà nuovamente rivolgersi al giudice amministrativo, questa volta per ottenere un intervento sostitutivo.
Intanto, il territorio attende di sapere se l’impianto diventerà un tassello concreto della transizione energetica o rimarrà un progetto sospeso.
Il Ministero è stato condannato a pagare 1500 euro di spese.
La vicenda mette in evidenza un punto fondamentale: la transizione ecologica non si gioca solo sulla potenza installata, ma sulla capacità dello Stato di decidere, assumersi responsabilità e rispettare i propri tempi.
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