Dopo la sentenza del TAR del Lazio dello scorso febbraio, la società concessionaria ha deciso di presentare ricorso al Consiglio di Stato. Il TAR aveva infatti dato pienamente ragione al Comune di Nettuno ordinando la demolizione delle opere abusive realizzate nell’area portuale.
L’amministrazione comunale di Nettuno, per difendere le proprie ragioni nel nuovo grado di giudizio, ha deliberato la nomina di un legale di fiducia che seguirà la causa davanti ai giudici di Palazzo Spada.
Ecomostro del porto di Nettuno: una storia lunga oltre quindici anni
La controversia sul cosiddetto ecomostro del porto di Nettuno affonda le sue radici in un atto suppletivo alla concessione demaniale del 1983, stipulato tra il Comune e la società concessionaria nel 2006.
L’accordo prevedeva un importante ampliamento del porto turistico, con la costruzione di nuove strutture, tra cui un edificio polifunzionale, un eliporto e l’estensione dei moli, oltre alla proroga della concessione fino al 2061.
Dopo l’approvazione del progetto, il Comune rilasciò il permesso di costruire, ma durante i lavori emersero difformità edilizie rispetto alle autorizzazioni concesse.
Secondo quanto accertato dall’amministrazione, vennero realizzati volumi e spazi non previsti nei progetti, in particolare magazzini nella diga di sopraflutto e modifiche sostanziali all’edificio polifunzionale.
Nel 2009 il Comune dispose la sospensione dei lavori, negò la sanatoria richiesta dal gestore del porto e, sulla base delle indagini della Procura di Velletri, arrivò a emettere un’ordinanza di demolizione delle opere ritenute abusive.
Un lungo percorso tra TAR e Consiglio di Stato
Da allora la vicenda ha attraversato una serie infinita di ricorsi, sequestri e sentenze. In un primo momento, il TAR aveva respinto le richieste della società, ma successivamente il Consiglio di Stato aveva invitato il Comune a rivalutare la situazione tenendo conto delle procedure di sanatoria ancora aperte.
Il Comune, dopo aver nuovamente riesaminato il caso, confermò il diniego definitivo: le opere non erano conformi al Piano Regolatore Generale e non potevano essere regolarizzate con una semplice variante urbanistica, trattandosi di un ampliamento che portava la superficie portuale da 118.000 a oltre 261.000 metri quadrati — più del doppio di quanto previsto dagli strumenti urbanistici.
Lo scorso febbraio, il TAR del Lazio ha emesso una sentenza molto articolata che ha confermato la posizione del Comune: l’ecomostro è insanabile e va demolito.
Il nuovo ricorso al Consiglio di Stato: la vicenda dell’ecomostro di Nettuno non è chiusa
La società concessionaria, tuttavia, non si è arresa e ha impugnato la decisione davanti al Consiglio di Stato, riaprendo così una vicenda che sembrava finalmente arrivata a conclusione.
Il Comune di Nettuno, deciso a difendere l’interesse pubblico e a garantire il rispetto delle regole urbanistiche, ha affidato l’incarico legale per costituirsi in giudizio.
La parola finale spetterà ora ai giudici amministrativi di secondo grado, che dovranno pronunciarsi sul futuro del porto e sull’equilibrio tra sviluppo turistico e tutela del territorio. Fino ad allora, la storia dell’ecomostro del porto di Nettuno resta aperta.























