È il paradosso che fotografa la crisi idrica feroce che sta travolgendo i Castelli Romani. Le misurazioni diffuse da Giancarlo Della Monica, delegato alla Sostenibilità del Comune di Grottaferrata e presidente di Grottaferrata Sostenibile, parlano di –124 centimetri tra il 28 ottobre 2022 e il 28 ottobre 2025. Un dato confermato – con piccole differenze di conteggio – anche dall’Autorità di Bacino.
Eppure il calo sembra ancora poter essere gestibile.
Differenze del calo tra 2024 e 2025
Da settembre a metà novembre del 2024 il livello del lago Albano era rimasto costante, grazie sicuramente alle piogge, ma anche al funzionamento di tutto il sistema di prelievi. Anzi, i dati dell’Autorità di Bacino mostrano che in 77 giorni il livello del lago Albano era addirittura aumentato di 1 centimetro, tra il 1° settembre e il 16 novembre 2024.

Nello stesso periodo di quest’anno invece, il calo è risultato evidente, passando dal livello di 1,68 a 1,46. La perdita di livello registrata tra il 1° settembre e il 16 novembre è di ben 22 centimetri.

Lago Albano, Acea porta l’acqua a 11 comuni dei Castelli Romani
Del resto, dal lago Albano – come rivelato dal nostro giornale – Acea preleva H24 – 365 giorni l’anno acqua potabile per 11 Comuni: Albano, Castel Gandolfo, Ariccia, Colonna, Frascati, Monte Porzio Catone, Monte Compatri, Palestrina, Rocca Priora, Zagarolo e, più recentemente, anche Rocca di Papa. La fotografia del lago Albano è sempre la stessa: un calo continuo, che non si arresta neppure in autunno e inverno, quando la pioggia dovrebbe ricaricare il bacino. La spiaggia avanza, le pietre affiorano, il paesaggio cambia. E con lui, si svuota il “serbatoio” idrico dei Castelli Romani.
Quindici giorni, due centimetri: “La prova che il calo si può fermare”
Eppure un dato, nelle ultime settimane, rompe la narrazione dell’“inevitabile”: negli ultimi 15 giorni il lago ha perso “solo” 2 centimetri. Un rallentamento che arriva proprio mentre la rete idrica viene in parte alleggerita da piogge e minori consumi data la stagione invernale.
Per Della Monica questo è il punto politico, prima ancora che tecnico, della vicenda: “Se il calo può rallentare – spiega l’associazione – significa che è influenzato in modo diretto dai prelievi”.
Tradotto: la crisi non è solo una condanna naturale, ma anche e soprattutto il risultato di scelte politiche. “Se si riducono le captazioni – è il pensiero dell’associazione – il lago smette di correre verso il baratro. E si potrebbe perfino pianificare un recupero del livello.
Acea e il pozzo che ‘non dorme mai’
Al centro della vicenda, come anzidetto, c’è il pozzo di Sforza Cesarini, situato sulla spiaggia del lago Albano: è proprio da lì che Acea Ato2 pompa acqua 24 ore su 24 per alimentare undici comuni dei Castelli Romani. Un sistema di captazione che non conosce tregua, né di giorno né di notte, in un’area vulcanica fragile, legata a doppio filo al bilancio idrico del lago.
Ad agosto, il comune di Castel Gandolfo ha chiesto formalmente a Acea di fermare o rallentare almeno i prelievi H24 e di valutare alternative, riduzioni, misure di compensazione. Ad oggi, nessun piano strutturale è stato reso pubblico.
La maxi pompa Acea – su cui pende una interrogazione parlamentare del senatore di Albano, Marco Silvestroni – continua a succhiare acqua dalla stessa fonte che sta collassando, mentre la politica si limita a riunioni a ‘porte chiuse’.
L’incontro ‘segreto’ in Regione Lazio
Il 24 ottobre 2025 si è tenuto in Regione Lazio un incontro urgente convocato dall’Autorità di Bacino con i Comuni affacciati sul lago: Castel Gandolfo, Nemi e Genzano, da quanto trapelato.
Tutto a porte chiuse, senza una nota pubblica, senza un resoconto minimo. I cittadini, che il lago lo vedono arretrare giorno dopo giorno, non hanno diritto neppure a sapere quali misure si stanno discutendo. Così l’emergenza resta, nei fatti, un affare per pochi.
Nel puzzle dell’emergenza idrica c’è poi un altro pezzo mancante: i prelievi legati ai giardini pontifici di Castel Gandolfo. È una tradizione storica, certo, ma i volumi utilizzati – in piena crisi climatica – restano avvolti nel silenzio. Anche qui, nessun dato ufficiale, nessuna trasparenza.
Dalla falda ai tetti: il grido d’allarme dei geologi
Mentre il lago Albano arretra, il suolo viene coperto. Il rapporto ISPRA 2025, rilanciato dall’Ordine dei Geologi del Lazio lo scorso 12 novembre, non lascia margini di interpretazione: nel 2024 in Italia sono stati consumati 83,7 km² di nuove superfici artificiali, quasi 23 ettari al giorno. Il Lazio da solo ha perso 785 ettari di suolo naturale, recuperandone appena 25.
Significa una cosa semplice: mentre denunciamo la siccità, continuiamo a impermeabilizzare i terreni che dovrebbero assorbire l’acqua e ricaricare le falde.
Ogni metro quadrato di suolo sigillato è un pezzo di spugna naturale strappato al ciclo idrico. Nei Colli Albani questo tradimento è doppio: si prosciuga la falda con i pozzi e si impedisce al territorio di rigenerarla.
Consumo di suolo nelle aree più fragili: la bomba idrogeologica
I geologi lo dicono da anni e oggi lo ripetono con i numeri in mano: si costruisce proprio dove non si dovrebbe.
Nel Lazio cresce il consumo di suolo nelle aree a rischio idrogeologico e sismico, con percentuali di territorio impermeabilizzato a doppia cifra nelle zone più esposte ad alluvioni e frane.
Ogni nuova strada, capannone, lottizzazione in questi contesti non è solo uno scempio paesaggistico: è un moltiplicatore di rischio.
Meno suolo permeabile significa più acqua che scorre in superficie, più ruscellamenti, più danni alle infrastrutture. E significa anche meno infiltrazione verso quella falda che dovrebbe alimentare sorgenti, pozzi e laghi vulcanici. La crisi di Lago Albano non è un meteorite: è il risultato di una pianificazione cieca.
Fotovoltaico a terra e città spugna: due modelli opposti
Il rapporto ISPRA segnala anche un nuovo nemico silenzioso: gli impianti fotovoltaici a terra. Solo nel 2023–2024 il Lazio ha trasformato oltre 400 ettari di suolo in campi di pannelli, più di un quarto del totale nazionale. Energia rinnovabile, sì, ma costruita come si è costruito per decenni: occupando suolo agricolo, sigillando superfici, spezzando paesaggi.
I geologi non contestano il solare, ma il modo in cui viene imposto: invece di tetti, capannoni dismessi, aree degradate, si sacrificano terreni agricoli e spazi aperti.
L’alternativa c’è e ha un nome preciso: città e paesaggi “spugna”, capaci di trattenere l’acqua, rallentare i deflussi, restituire permeabilità al territorio. Il problema è che la politica continua a scegliere la via più facile: autorizzare, non pianificare.
Dalle direttive europee alla realtà del lago: il tempo è scaduto
L’Europa chiede “consumo di suolo netto zero” entro il 2050, l’Italia si è impegnata a centrarlo già nel 2030. Per ora, però, i numeri raccontano l’opposto.
Nel Lazio manca ancora una legge regionale sul consumo di suolo, capace di fissare limiti chiari e obiettivi vincolanti. Le linee guida esistenti, dall’invarianza idraulica alle aree non idonee per gli impianti FER, restano spesso sulla carta.
Nel frattempo, a Lago Albano si misura il livello dell’acqua centimetro per centimetro, come si farebbe con un paziente in terapia intensiva. Ogni settimana persa in chiacchiere è un gradino in meno verso la possibilità di recupero. Qui il tempo non è una variabile politica: è una curva che scende.
«Stop consumo di suolo» non è uno slogan, è l’unica cura
La crisi del Lago Albano non si risolve con un comunicato stampa o con l’ennesimo tavolo tecnico. Richiede tre scelte nette: ridurre subito i prelievi, fermare il nuovo consumo di suolo nei Colli Albani e avviare un piano straordinario di de-impermeabilizzazione, rigenerazione e città spugna.
Le misurazioni di Grottaferrata Sostenibile dimostrano che il calo può rallentare. I dati dei geologi spiegano perché, se non si cambia modello di sviluppo, quella tregua sarà solo un’illusione. La politica ha ancora una possibilità: trasformare gli allarmi in norme, i grafici in vincoli, i convegni in cantieri di ripristino.
Se non lo farà, il “cuore blu” dei Castelli Romani non sarà solo il simbolo di una crisi idrica. Diventerà il monumento liquido – sempre più piccolo – all’ostinazione di un territorio che ha preferito il cemento all’acqua.
“Ai Castelli Romani – spiega l’associazione Grottaferrata Sostenibile – si mantengono in vita Piani regolatori obsoleti che fanno comodo a chi intende speculare e, come se non bastasse, si continuano ad approvare varianti puntuali per interventi edilizi che scavalcano i già pochi vincoli di tutela del territorio sempre più fragile.

La crisi idrica del nostro territorio, lo spaventoso abbassamento del livello dei laghi è una diretta conseguenza di questa condizione che si deve avere il coraggio di invertire, recuperando la permeabilità dei suoli, limitando i prelievi idrici, creando nuovi invasi e recuperando le aree già urbanizzate”.
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