La Regione Lazio – a dicembre 2024 – aveva avuto un ripensamento – e chiarito però nero su bianco che, per quell’area, valgono ancora le vecchie regole urbanistiche del 2007.
In buona sostanza, i nuovi vincoli paesaggistici non “scattano”, resta in piedi la classificazione di 18 anni fa che consente il completamento edilizio dell’area.
L’intera vicenda, è stata confermata da una sentenza del Tribunale Amministrativo regionale (Tar) del Lazio.
La traduzione urbanistica: 39mila mq tornano edificabili
La vicenda, secondo i dati riportati in tribunale, riguarda un’area di circa 39mila metri quadrati, sita nel Comune di Monte Porzio Catone – località “Campitelli”, avente accesso lungo via Frascati (Strada Provinciale 216).
Per l’area tra villa Modragone e l’osservatorio di Monteporzio, dunque, la linea sembra tracciata: non più area semi-naturale, ma zona di completamento edile dell’esistente.
Nel 2007 il Comune di Monte Porzio aveva spinto per togliere alla zona l’etichetta di “area parzialmente alberata” e promuoverla a pezzo di città da saturare con nuove costruzioni.
Il PTPR del 2021 aveva provato a fare marcia indietro, reintroducendo perimetrazioni boscate e paesaggi naturali. Ma nel 2024 è arrivata la retromarcia: della Regione Lazio:
“La Regione Lazio in base al principio della prevalenza delle schede e delle Tavole D, le attuali classificazioni della Tavola A del PTPR per l’area in questione devono considerarsi non operanti in quanto non sono state conformate alle risultanze dell’accoglimento della predetta proposta di modifica del 2007″.
In pratica le tavole del Piano territoriale paesaggistico nel 2021 non sono state adattate a quelle del 2007.
Proprio questo errore oggi pesa come un macigno: la Regione l’ha riconosciuto, il Tar ne ha preso atto, i vincoli si sono dissolti. Sulla carta, il terreno torna un potenziale cantiere.
L’associazione di Monte Porzio chiarisce
I dati riportati nella sentenza non sarebbero chiari, secondo quanto ci scrive Stefano Gallozzi, presidente del Comitato di tutela e salvaguardia dell’ambiente in Monte Porzio Catone onlus.
Scrive Gallozzi:
“Verosimilmente l’ area in questione è la cosiddetta “colle Formello” ex lottizzazione roncoroni-ricci.
Si tratta di una area altamente vincolata. Quando la storia iniziò si parlava di 34mila metri cubi poi il terreno è divenuto da ptpr boschivo e quindi si è dimezzata la cubatura.
Il nostro comitato nel 2015 ha presentato ricorso al tar ed ha vinto e poi in consiglio di stato si è ribaltata la sentenza di primo grado.
In sostanza siamo riusciti a rallentare di 10 anni il progetto. Oggi con la sentenza del tar e la rinuncia della regione il terreno torna di nuovo edificabile con una metratura probabilmente quella originaria (palazzine invece di villette!).
Il motivo per questi 10 anni di blocco è che li vi erano degli abusivismi passati in giudicato che il comune condonava in virtù di una nuova convenzione urbanistica transattiva che però non si è concretizzata quindi di fatto gli abusivismi restano in vigore e nessun progetto edilizio nuovo può di fatto essere presentato finché non si ripristinerà lo stato dei luoghi.
In caso contrario sarebbe un illecito sia accettare sia presentare il progetto (tanto meno realizzarlo).
Abbiamo già denunciato il comune ed i costruttori all’ ufficio vigilanza sull’abusivismo edilizio regionale, sebbene vista l’ aria che tira in regione invece di commissariare il comune per far rimuovere gli abusivismi li condonerebbero anche loro”.
Sopra la falda che nutre il lago Albano
Questi 39mila mq non sono “in mezzo al nulla”: stanno sopra la falda acquifera che alimenta il lago Albano, il grande serbatoio idrico dei Castelli Romani. Nella lista dei Comuni che bevono quell’acqua c’è anche Monte Porzio Catone.
Del resto, dal lago Albano – come rivelato dal nostro giornale – Acea preleva H24 – 365 giorni l’anno acqua potabile per 11 Comuni: Albano, Castel Gandolfo, Ariccia, Colonna, Monte Compatri, Palestrina, Rocca Priora, Zagarolo e Rocca di Papa, Monte Porzio e Frascati.
Mentre il lago arretra anno dopo anno, qui si riapre la prospettiva di nuove case, nuove strade, nuovi parcheggi. Ogni nuova utenza è un rubinetto che si aggiunge a un sistema già in affanno.
Invece di chiedersi come ridurre i carichi – idrici e urbanistici – ci si comporta come se la risorsa acqua fosse infinita. Ma il livello del lago racconta un’altra storia, centimetro dopo centimetro.

I Castelli Romani veloci verso la catastrofe idrica
Dal 2022 al 2025 il lago Albano ha perso oltre un metro di livello. E il dato più inquietante è che continua a scendere anche in autunno e inverno, proprio nei periodi in cui dovrebbe invece ricaricarsi.
Dal pozzo di Sforza Cesarini Acea pompa acqua 24 ore su 24 per undici Comuni, senza tregua. Ogni nuova casa costruita aumenta la richiesta idrica.
Le soluzioni sono: o prelevare più acqua e dissanguare il lago Albano o togliere l’acqua ad altri cittadini. Probabilmente stanno applicando entrambe. La stessa Acea, infatti, parla già apertamente di turnazioni dell’acqua ai Castelli Romani.
L’acqua non basta, se ne preleva più di quanta ce n’è. Ormai siamo oltre l’emergenza, siamo alla “catastrofe idrica“.
Eppure le misurazioni mostrano che quando piove e i prelievi si alleggeriscono, il calo rallenta fino quasi a fermarsi. Significa che non siamo davanti a un destino scritto nel cielo, ma a effetti diretti delle nostre scelte.
Suolo sigillato, non trattiene l’acqua
La vicenda di Monte Porzio si innesta anche su un’altra emergenza: il consumo di suolo. L’ISPRA fotografa un’Italia che continua a coprire di asfalto e cemento decine di chilometri quadrati ogni anno, con il Lazio stabilmente tra le regioni più aggressive.
Ogni metro quadrato impermeabilizzato è un pezzo di spugna naturale strappato al ciclo dell’acqua: la pioggia non si infiltra, corre via in superficie, alimenta ruscellamenti, allagamenti, fiumi di fango. Nei Colli Albani questo problema vale doppio.
Da un lato si prosciuga il lago, dall’altro si riduce la capacità del territorio di ricaricare la falda che lo alimenta. Una strategia perfetta se l’obiettivo è trasformare una crisi idrica in emergenza strutturale.
Costruire proprio dove il territorio è più fragile
I geologi lo ripetono fino alla noia: continuiamo a costruire proprio nelle aree più fragili, esposte a rischio idrogeologico e sismico.
I versanti dei Colli Albani non sono un quartiere qualsiasi: sono il bordo di un sistema vulcanico, con pendenze, terreni e falde delicatissime.
Ogni nuova strada, parcheggio, capannone significa più acqua che scivola a valle in caso di nubifragi, più carico su infrastrutture vecchie, più terreno instabile. E soprattutto meno acqua che filtra nel sottosuolo e va ad alimentare sorgenti, pozzi, laghi.
Dire che 39mila mq tornano edificabili non è solo un atto burocratico: è decidere di aggiungere peso ad un equilibrio che sta già scricchiolando.
Piani vecchi, varianti nuove, cittadini all’oscuro
Il copione è noto: piani regolatori nati in un’altra epoca, pensati quando la parola “siccità” non era un tema quotidiano. Quegli strumenti restano in vigore perché fanno comodo a chi vuole ancora costruire.
Nel frattempo si moltiplicano varianti puntuali, cucite su singoli interventi, che scavalcano o smussano i pochi vincoli rimasti. Le associazioni dei Castelli Romani denunciano proprio questo: piani obsoleti tenuti in vita artificialmente e deroghe continue che rosicchiano il territorio pezzo dopo pezzo.
L’emergenza lago si discute in riunioni a porte chiuse, senza atti pubblici chiari, mentre sentenze e note tecniche producono effetti giganteschi sulla pelle di un territorio che i cittadini vedono cambiare, ma non decidono.
Cemento o acqua, la scelta che non si può più rinviare
La sentenza del Tar, da sola, è un atto tecnico: prende atto di una rinuncia e chiude un fascicolo.
Ma nel contesto dei Castelli Romani diventa un segnale netto: ancora una volta il sistema sceglie di non mettere l’acqua al primo posto. 39mila metri quadri edificabili in più in un’area che beve dal lago Albano sono l’opposto di una politica di “consumo di suolo zero” e tutela della falda.
Le misurazioni dimostrano che il lago può rallentare la sua corsa verso il basso se i prelievi calano. Il resto è una scelta politica, e non è più rinviabile: continuare a difendere il cemento, o iniziare finalmente a difendere l’acqua.























