Il Consiglio comunale di Pomezia ha detto ‘No’ alla presentazione di una richiesta di bonifica del Campo Pozzi Laurentino, come proposto dall’opposizione.
Parliamo della falda che alimenta gli acquedotti di Pomezia e Ardea, già segnalata come contaminata da composti industriali. La seduta consiliare si è tenuta a fine ottobre, ma le carte sono state rese pubbliche solo ora.
In aula si sono alternati interventi appassionati, richiami alla crisi idrica, denunce di conflitti di interessi. Ma quando si è passati dalle parole al voto, è accaduto il contrario di ciò che il buon senso farebbe pensare: il Comune di Pomezia ha deciso di non impegnarsi formalmente per chiedere la bonifica di un campo pozzi inquinato da cui dipende anche il proprio territorio.
Il voto che spegne l’impegno di Pomezia
Il risultato è cristallino: 8 favorevoli, 14 contrari, ossia tutta la maggioranza.
Questo significa che il Consiglio Comunale di Pomezia non ha dato un mandato politico chiaro al sindaco e alla Giunta per difendere il Campo Pozzi Laurentino con iniziative precise verso Regione Lazio, Acea e Città Metropolitana.
Nessun impegno vincolante, nessuna linea ufficiale.
Un campo pozzi inquinato ma “fuori competenza”
La linea dell’amministrazione è stata riassunta dall’assessore alle Attività produttive Francesco Lamanna: “il Campo Pozzi Laurentino non è nel territorio comunale di Pomezia, quindi non è di “stretta competenza” del Comune”. La pura competenza burocratica, infatti, sarebbe di Ardea.
Peccato che quella falda alimenti anche le case e le aziende di Pomezia.
L’acqua, ricordano alcuni consiglieri, non si ferma davanti a confini geografici.
Dietro il richiamo al perimetro amministrativo, secondo l’opposizione, ci sarebbe una scelta politica: evitare uno scontro frontale con la Regione Lazio e con il gestore idrico, limitandosi a dire che esistono già “tavoli tecnici” e procedure in corso.
Acea tra falde inquinate e inceneritore
Il nome che torna più spesso nel dibattito è uno: Acea.
È Acea che gestisce il servizio idrico, è Acea che ha contribuito alla definizione delle aree di salvaguardia, ed è sempre Acea a muoversi nell’area dove dovrà sorgere il nuovo inceneritore.
Prima si realizzano impianti di potabilizzazione delle acque contaminate – pagati tramite le bollette dei cittadini – poi si sostiene che quelle falde non vanno più bene e si spinge per delocalizzare le fonti.
Nel frattempo, la riperimetrazione regionale ha tolto dai vincoli proprio i terreni dell’impianto.
Qui la pubblica utilità sbatte contro una domanda scomoda: chi tutela l’acqua quando chi la gestisce è lo stesso soggetto che ha bisogno di usarla per alimentare un grande impianto industriale?
Delocalizzare sposta le fonti, non i rischi
La parola magica che ha giustificato tutto – in Consiglio comunale – è “delocalizzazione”.
Ma nella pratica significa spostare i punti di prelievo dell’acqua, lasciando un territorio già fragile – quello di Pomezia e Ardea – con meno autonomia e meno controllo sulla propria risorsa idrica.
I consiglieri favorevoli all’Ordine del giorno lo spiegano senza giri di parole: il Campo Pozzi Laurentino è strategico per garantire una minima indipendenza dai pozzi dei Castelli Romani, già sotto pressione.
Se si rinuncia a quel campo senza prima bonificarlo e riportarlo in sicurezza, si accetta che il territorio diventi sempre più dipendente da fonti esterne, più lontane e più costose.
Delocalizzare l’acqua, però, non delocalizza il rischio: l’inquinamento resta nella falda e l’impianto industriale si aggiunge come ulteriore carico.
Tavoli tecnici contro responsabilità alla luce del sole
L’amministrazione di Pomezia ha insistito molto sui tavoli tecnici e sulle osservazioni presentate alla Regione Lazio.
È la classica difesa istituzionale: “stiamo seguendo la pratica”.
Ha spiegato l’opposizione in aula:
“Ma un conto è lavorare negli uffici, un altro è assumere pubblicamente una posizione politica chiara.
Un Ordine del giorno approvato avrebbe avuto un valore preciso: dire ai cittadini, alla Regione Lazio e ad Acea che Pomezia vuole bonifiche, tutele e trasparenza, non soluzioni calate dall’alto.
La scelta di bocciarlo significa mantenere tutto in una zona grigia, dove nessuno si espone davvero e tutto può essere ridotto a un gioco tra dirigenti, perimetrazioni e determine. Mentre l’acqua resta contaminata e la fiducia cala”.
Chi paga il conto (anche in bolletta)
Al centro di questa storia, al di là delle schermaglie politiche, ci sono i cittadini.
Sono loro che hanno già finanziato, con le bollette, impianti di potabilizzazione delle falde inquinate. Sono sempre loro che rischiano di pagare nuove infrastrutture, nuove tubazioni da e per i Castelli Romani, nuove soluzioni emergenziali se il Campo Pozzi Laurentino verrà abbandonato invece che bonificato.
In più, c’è il tema sanitario: la qualità delle acque sotterranee è un problema di salute pubblica, non solo una voce tecnica in un documento regionale.
Il Consiglio comunale di Pomezia aveva l’occasione di schierarsi senza ambiguità dalla parte di chi quell’acqua la beve ogni giorno. Ha deciso di non farlo. E il Campo pozzi Acea Laurentino, per ora, resta inquinato.






















