Si tratta di una modifica non sostanziale dell’autorizzazione rilasciata nel 2020: l’impianto potrà trattare fino a 10.950 tonnellate l’anno, contro le 10.000 tonnellate finora consentite.
L’obiettivo dichiarato nei documenti è rafforzare la capacità di recupero di materiali riciclabili. Si tratta in particolare metalli e ingombranti, senza alterare l’assetto impiantistico né aumentare l’impatto ambientale.
Una scelta che punterebbe a rendere più efficiente la filiera dei rifiuti nel quadrante sud della Capitale, in un momento in cui la gestione dei flussi è tema cruciale per cittadini e amministrazioni.
Un impianto tra le case residenziali
L’impianto si trova al Km 3 della via Nettunense, km 3,000, nel Comune di Marino. Certo l’ubicazione non è delle più felici.
Se da un lato è facile da raggiungere grazie alla prossimità con Nettunense, dall’altro la sua collocazione, confinante con numerose case in una zona abitata piuttosto densamente, rischia di creare qualche problema ai residenti della zona.
L’impianto è lì già da anni, non ne conosciamo la genesi esatta. Magari le case sono arrivate dopo, o forse no. Non si capisce molto, comunque, come si possa autorizzare una così stretta vicinanza tra abitazioni civili e impianti di trattamento rifiuti.
Le precisazioni della società titolare dell’impianto
La società titolare dell’impianto ci ha scritto, spiegando di voler precisare quanto segue per una corretta e completa informazione dei lettori.
“L’impianto di recupero rifiuti sito in Via Nettunense km 3,00 è un insediamento produttivo storico risalente alla fine degli anni 90, la cui attività in loco, iniziata da un precedente gestore e poi proseguita senza soluzione di continuità dalla scrivente società, è ampiamente precedente allo sviluppo dell’edilizia residenziale sorta successivamente nelle aree circostanti.
A tal proposito, si chiarisce che la legittimità dell’insediamento è confermata dalla destinazione urbanistica dell’area. Infatti, secondo la Variante generale al P.R.G., approvata con Delibera della Giunta Regionale n. 994 del 29.10.2004, l’area ricade in “zona D – Industriale, Artigianale, Commerciale e ad esse assimilate – Sottozona D2 – Attività artigianali, depositi e magazzini non nocivi”, risultando pertanto pienamente
idonea ad ospitare tale tipologia di attività.Si ribadisce, inoltre, che l’impianto non è una discarica, ma un centro autorizzato per il recupero e la preparazione per il riciclaggio di rifiuti, che svolge un’attività di trasformazione dei materiali in nuove risorse secondo i principi dell’economia circolare. Tale attività, peraltro, è normativamente qualificata come “di pubblico interesse”.
La recente autorizzazione della Città Metropolitana di Roma, oggetto dell’articolo, si inserisce nel solco di una lunga e trasparente storia operativa, volta a migliorare l’efficienza del recupero di materia nel pieno rispetto delle normative vigenti”.
Non è una discarica
Non è una discarica, ma un centro di selezione, stoccaggio e trattamento di rifiuti destinati al recupero, autorizzato con determinazione dirigenziale nel febbraio 2020 per una durata di dieci anni, fino al 25 maggio 2030.
La modifica approvata non cambia la natura dell’impianto, né introduce nuove lavorazioni particolarmente impattanti.
Restano le stesse linee tecnologiche, mentre cresce la quantità complessiva di rifiuti che possono essere gestiti.
In pratica, il sito si consolida come polo impiantistico a servizio dell’area metropolitana, dove affluiscono rifiuti provenienti da diverse attività produttive e dalla filiera dei servizi.
Più metalli, ingombranti e apparecchiature fuori uso
Nel dettaglio, la variante riguarda l’aumento di alcune quantità autorizzate per codici EER (il catalogo europeo dei rifiuti) già presenti e l’introduzione di un codice aggiuntivo: il 16.02.14, relativo alle “apparecchiature fuori uso diverse da quelle pericolose”.
Si tratta, in sostanza, di apparecchiature elettriche ed elettroniche non contenenti sostanze pericolose, che potranno essere conferite in impianto fino a 200 tonnellate l’anno.
Restano centrali i flussi di rottami metallici (ferrosi e non ferrosi), cavi, metalli misti, veicoli fuori uso bonificati e rifiuti ingombranti.
Il cuore dell’attività è il recupero di materia: ciò che arriva come rifiuto diventa nuova risorsa industriale, riducendo la pressione sulle discariche e alimentando quella che le norme chiamano “economia circolare”.
Incremento entro il limite del 10%: perché non è una “grande opera”
La richiesta del gestore è stata qualificata come variante non sostanziale. In termini pratici significa che l’incremento di capacità – da 10.000 a 10.950 tonnellate annue – resta entro il limite del 10% fissato dalla normativa regionale per evitare di riaprire completamente il procedimento autorizzativo.
Secondo gli uffici tecnici della Città metropolitana, non cambiano né le tecnologie né l’organizzazione delle linee di trattamento. Questa modifica non introduce rifiuti con caratteristiche merceologiche diverse da quelle già gestite e la variante non incide sul quadro emissivo degli inquinanti.
Per questo il provvedimento non richiede una nuova valutazione complessiva, ma si innesta sull’autorizzazione già in vigore dal 2020.
Un impianto sotto una rete fitta di norme e controlli
Il provvedimento richiama una vera e propria “costituzione” del settore rifiuti: dalle direttive europee del 2008 sui rifiuti e sull’“end of waste”, ai decreti legislativi nazionali, fino alle leggi regionali del Lazio e al Piano rifiuti 2019-2025.
Vengono citate linee guida su prevenzione incendi, gestione degli stoccaggi, emissioni odorigene e tutela delle acque sotterranee.
Questa stratificazione normativa ha un riflesso concreto: l’impianto è obbligato a rispettare standard tecnici e ambientali stringenti, con sistemi di sicurezza, tracciabilità dei flussi, limiti precisi per stoccaggi e lavorazioni.
Il nulla osta rilasciato attesta che l’incremento di capacità si colloca dentro questo quadro senza peggiorare le condizioni ambientali già valutate nel 2020.
Tempi, procedure e garanzie amministrative
La domanda di modifica è arrivata agli uffici della Città metropolitana a fine luglio 2025. Dopo la richiesta di chiarimenti e integrazioni a settembre, la documentazione tecnica e le planimetrie aggiornate sono state completate a ottobre, fino alla proposta di determinazione del 7 novembre 2025.
Il dirigente del servizio attesta la regolarità tecnica del provvedimento e l’assenza di conflitti di interesse, come previsto dalle norme sulla trasparenza amministrativa.
La modifica si innesta sulla precedente autorizzazione decennale, senza alterarne la scadenza: il termine resta fissato al 25 maggio 2030, data entro la quale l’impianto dovrà comunque richiedere un rinnovo complessivo, con una nuova valutazione degli impatti.
Cosa cambia per i cittadini e perché è un tema di utilità pubblica
Per i residenti e per i comuni dell’area, l’ampliamento del centro rifiuti sulla Nettunense significa, potenzialmente, più capacità di intercettare e recuperare materiali che altrimenti finirebbero in discarica o dispersi in filiere informali.
Il rafforzamento dei flussi autorizzati per metalli, ingombranti, ma anche veicoli fuori uso e apparecchiature elettriche va nella direzione indicata dalle politiche europee: meno rifiuti, più materie seconde.
Resta cruciale, però, il fronte del controllo pubblico. Dai monitoraggi ambientali al rispetto rigoroso delle prescrizioni su stoccaggi, odori e rumori. È su questo equilibrio – tra esigenza di impianti efficienti e tutela della qualità della vita – che si gioca il futuro della gestione rifiuti lungo la via Nettunense. E, più in generale, nell’area metropolitana romana.
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