La Cassazione ha infatti annullato senza rinvio l’ordinanza che aveva condannato il Ministero dell’Economia e delle Finanze a pagare 75.000 euro all’uomo assolto in revisione dopo una condanna divenuta definitiva.
È stato un cavillo legale sulla validità della procura speciale a motivare la Cassazione. Per quel cavillo l’uomo si è visto cancellato il diritto al risarcimento per errore giudiziario, riconosciuto dalla Corte d’appello di Perugia, dopo la prima condanna del 2013 da parte del tribunale di Latina.
Caso chiuso… anzi no
Il caso, che sembrava chiuso con il riconoscimento della riparazione, si è ribaltato completamente davanti alla Suprema Corte.
I giudici di Cassazione hanno infatti individuato un vizio formale tanto tecnico quanto decisivo: la domanda di “riparazione”, quindi il risarcimento per ingiusta detenzione, era stata presentata dall’avvocato difensore senza una procura speciale valida, cioè senza l’atto che la legge richiede per garantire che l’iniziativa provenga in modo diretto e inequivocabile dall’interessato.
C’è stato un errore giudiziario da parte del tribunale di Latina, ma il Ministero non pagherà
La Corte d’appello di Perugia aveva riconosciuto l’errore giudiziario ritenendo insussistenti condotte ostative e liquidando l’indennizzo.
Ma la Cassazione ha chiarito che, prima ancora di esaminare il merito, era necessario verificare la regolarità dell’atto introduttivo.
L’esame degli atti ha rivelato che la procura allegata era estremamente generica: un riferimento cumulativo a un’“istanza di risarcimento, indennizzo e/o riparazione”, privo di qualsiasi collegamento concreto con il procedimento penale oggetto della revisione.
Poiché la legge impone che la procura speciale indichi espressamente l’oggetto e i fatti cui si riferisce, la Suprema Corte ha ritenuto impossibile ricostruire in modo certo la volontà dell’interessato di attivare il procedimento per la riparazione dell’errore giudiziario.
Deve anche pagare le spese legali
Questo difetto formale, ritenuto insanabile, rende la domanda giuridicamente inammissibile, indipendentemente dalla fondatezza delle argomentazioni sul merito. Un cavillo, insomma.
La conseguenza è stata automatica: l’ordinanza della Corte d’appello è stata annullata senza rinvio e l’indennizzo è caduto.
Oltre al danno, anche la beffa. La Cassazione ha infatti anche condannato l’uomo a rifondere al Ministero le spese del giudizio, quantificate in mille euro.
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