“Tornava da scuola con il treno come sempre, e un coetaneo – che da tempo lo assillava – con un gesto di bullismo portato all’estremo, lo fece cadere sotto il convoglio in movimento”, ricorda sua madre Renata, in una lettera commovente.
“Gli aveva chiesto un ‘batti il cinque’ dal finestrino, quando Francesco era già sceso sul marciapiede, la mano afferrata e tenuta mentre il treno ripartiva e mio figlio, costretto a correre, chiedeva di lasciarlo. Ma lo ha lasciato solo quando i piedi di Francesco sono entrati nel vuoto… e non c’è stato più nulla da fare. Varie persone hanno visto, nessuno è intervenuto”.
“Il bullismo non è solo scontro tra ragazzi”
La tragedia lasciò un vuoto immenso: “La vita di Francesco si è interrotta così, tragicamente, lasciando un vuoto che nessuna parola o giustizia può colmare”, scrive Renata.
“Quel giorno, la tragedia portò alla luce il grande dolore e una profonda verità: il bullismo non è un semplice scontro tra ragazzi. È un gesto di violenza che prospera nel silenzio e nell’indifferenza”.
I genitori lottarono per dodici anni nei tribunali. “Abbiamo ottenuto una parziale condanna, ma la sentenza parlava di un reato di violenza privata. Come spesso accade, la legge non è bastata a lenire il dolore o a fare piena chiarezza”.
Dal dolore nacque un progetto di vita:
“Nel 2008 abbiamo fondato l’associazione ‘Il Rifugio di Francesco’ ad Arezzo. Volevamo trasformare la nostra ferita in un faro, creare un luogo dove i ragazzi potessero sentirsi al sicuro e imparare a esprimersi senza ricorrere alla violenza”.
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L’associazione in nome di Francesco
L’associazione porta nelle scuole progetti basati sull’ascolto e sul teatro sociale, come “Bulli, Vittime e Spett-attori”.
“Abbiamo visto la trasformazione: ragazzi come Ethan, Matteo, Giacomo, si sono aperti, hanno discusso le loro paure e le loro difficoltà, diventando soci attivi”, racconta la madre.
Renata ricorda anche i progressi normativi:
“Trent’anni dopo, guardiamo la scuola con occhi diversi. Lo Stato ha compreso che non può esserci silenzio. La Legge n. 71 del 2017 ha definito una cornice chiara contro il cyberbullismo, obbligando ogni scuola a nominare un Referente per il bullismo, con l’obbligo di informare tempestivamente le famiglie”.
Ma il fenomeno non è scomparso. “Secondo dati ISTAT, oggi un ragazzo su cinque tra gli 11 e i 17 anni è vittima di episodi di bullismo o cyberbullismo. Fenomeno che coinvolge in particolare le ragazze”.
Il messaggio agli studenti
Il messaggio finale di Renata è diretto agli studenti:
“Il vostro coraggio non sta nel restare indifferenti, ma nel parlare. Non siete soli. Se siete vittime: avete il diritto di essere ascoltati. Rivolgetevi al vostro Referente, a un professore, a un genitore. La forza non è subire in silenzio, ma chiedere aiuto.
Se siete testimoni: non siate mai osservatori passivi. Intervenite in difesa di chi è più debole, anche con un gesto o una parola o avvertendo gli adulti. È l’atto di civiltà più grande che potete compiere. Non abbiate paura!”.
“Trent’anni fa, la vita di mio figlio si è spenta per l’indifferenza e la violenza”, conclude Renata, “oggi ricordiamo Francesco – e con lui voglio ricordare anche le tante vittime di bullismo che purtroppo ancora dobbiamo elencare… Per questo vi chiedo di fare una promessa: non permetteremo mai più che un ragazzo sia lasciato solo. Questo è il modo in cui Francesco continua a vivere tra noi”.
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