Il Comune ha pubblicato la Determinazione di conclusione con esito positivo della Conferenza dei servizi. In parole povere: ormai nessun impedimento per il permesso a costruire in quell’area.
Non è il solito restyling: qui parliamo di demolizione e ricostruzione con un “premio” del +10% di superficie coperta previsto dalla legge regionale sulla rigenerazione urbana.
Tradotto: più metri quadri, stesso uso industriale. E tante domande per chi ci vive intorno.
I numeri: un capannone unico di 3,6 ettari
Il progetto ruota attorno a un’idea semplice e drastica: via i vecchi edifici sparsi, diventa un unico corpo.
Scrive il Comune di Pomezia nei documenti della pratica edilizia:
Il progetto prevede la demolizione dei manufatti esistenti dismessi che consistono in una palazzina ad uffici di superficie coperta pari a circa 2500 mq e in tre capannoni adibiti ad attività artigianale – industriale con superficie coperta pari ognuno a circa. 10.000 mq.
Totale edifici da demolire (circa) 32,500 metri quadri.
Se ci aggiungiamo il ‘premio’ del 10% in più per chi rigenera, si arriva a 36.000 metri quadri.
Viene poi specificato che
A seguito della demolizione il progetto prevede la realizzazione di un unico immobile ad uso produttivo con annessi uffici, all’interno dell’edificio e a diretto servizio dell’attività industriale, e la realizzazione di locali tecnici di minore entità.
In pratica sarà ricostruito un unico capannone, con uffici e altri locali annessi, di ben 36.000 metri quadrati, più di 3 ettari e mezzo! Ad esempio, per fare un confronto, il mega capannone di Amazon a Santa Palomba è di circa 4 ettari e mezzo.
Anche il lotto dove verrà edificato il mega capannone è gigantesco: oltre 95mila metri quadrati di superficie complessiva calpestabile.
Sistemate le volumetrie
All’inizio il Comune di Pomezia era stato risoluto: così com’era formulato, il progetto non poteva essere approvato.
Il nodo? Il calcolo delle volumetrie: alcune porzioni di uffici avevano altezze diverse dai capannoni, ma nel conteggio erano state di fatto “uniformate”, facendo apparire disponibile più volume di quanto consentito.
La correzione è arrivata con una mossa da manuale dell’urbanistica industriale: l’acquisizione di volumetria da un altro lotto dello stesso comparto, distante però circa 1.400 metri in linea d’aria.

In parole semplici, sono stati “importati” 10mila metri cubi, ma solo dopo che l’operazione è stata formalizzata e legata giuridicamente al terreno dell’ex Telecom.
Le bonifiche di impianti e terreno
Nella relazione tecnica del progetto viene riportato che
È stata eseguita bonifica dei manufatti in materiale contenente amianto compatto, conclusasi nel dicembre 2020.
Ma c’è anche un’altra bonifica da tenere in considerazione
Il sito, infatti, è collegato a procedure di bonifica preventiva per escludere la presenza di ordigni bellici nel sottosuolo, magari residui della seconda guerra mondiale.
Ma cosa ci sarà nel mega capannone della ex Telecom di Pomezia?
Assodato che sarà un’opera immensa, resta il dubbio di quale attività verrà svolta al suo interno. Nulla viene indicato. Potrebbe contenere un’unica attività, come anche essere suddiviso tra diverse aziende e quindi con diverse funzioni.
Per misure così grandi il primo pensiero va sempre a quello di una funzione logistica, cioè di magazzino e trasporti.
Nei documenti autorizzativi vengono elencate solo le possibilità:
…sono consentite le seguenti utilizzazioni:
a) costruzione di stabilimenti ed impianti industriali per medie e piccole industrie non nocive;
b) costruzione di edifici ed impianti per attività artigianale;
c) costruzione, anche nell’ambito degli insediamenti industriali e artigianali, di laboratori, depositi, magazzini, pertinenze del ciclo produttivo ed uffici;
d) costruzione, nell’ambito degli insediamenti industriali ed artigianali, di manufatti per l’esposizione e commercializzazione dei propri prodotti;
e) costruzione di centri per elaborazione dati;
f) produzione di beni e servizi, ivi incluse le attività agricole e commerciali e artigianali
Praticamente c’è tutto. Noi, però, scommettiamo sulla logistica.
La svolta decisiva: niente VIA, ma con paletti
C’è un passaggio che vale più di mille slogan: la Regione Lazio, al termine della verifica, ha stabilito che l’intervento non dovrà passare dalla Valutazione di Impatto Ambientale completa.
Attenzione però: non sarebbe – secondo la Regione – un “liberi tutti”. È un via libera con prescrizioni, cioè con condizioni tecniche e ambientali che dovranno essere rispettate nei successivi atti autorizzativi.
E c’è anche una scadenza: se l’opera non viene realizzata entro un certo arco temporale, ossia 5 anni, il procedimento va riattivato.
Pubblica utilità: cosa devono pretendere i cittadini, senza farsi incantare dai rendering
Se questa operazione deve davvero chiamarsi “rigenerazione”, allora la città ha diritto a pretese precise.
- Prima: documenti chiari sulla bonifica, non frasi generiche, ma esiti e certificazioni finali.
- Seconda: le prescrizioni ambientali devono essere recepite nero su bianco nei passaggi autorizzativi, senza scorciatoie.
- Terza: il tema più concreto per chi vive e lavora intorno è la viabilità: accessi, impatto dei mezzi pesanti, rumore, gestione delle acque e dei parcheggi.
Perché la domanda vera, alla fine, non è solo “cosa sorgerà”. È: quanto costerà in termini di traffico, impatto e controlli. E soprattutto: chi verificherà davvero, fino in fondo.
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