Siamo sull’ultimo lembo del territorio di Roma, lungo via Appia Nuova, ma di fatto proprio a ridosso dell’aeroporto di Ciampino.
In realtà ogni giorno ci passano davanti migliaia di automobilisti che percorrono l’Appia, ma nessuno la vede, perché a separarla dalla statale c’è una vera e propria barriera verde: una vegetazione così folta da farla diventare quasi ‘invisibile’.
È vero che è insediata nel VII Municipio del Comune di Roma, ma si trova anche a soli 500 metri dal Comune di Ciampino, che quindi è indirettamente interessato al suo destino.
Il condono negato dal Comune di Roma
L’area in questione rientra oggi nel perimetro di tutela del Parco Regionale dell’Appia Antica, uno dei territori più sensibili dal punto di vista paesaggistico e storico.
Un grande complesso industriale, una fabbrica di calcestruzzo, che è tornata al centro della cronaca giudiziaria perché il Tar del Lazio ha appena annullato il “No” del Comune di Roma al condono richiesto dalla stessa fabbrica.
Di cosa stiamo parlando, in concreto: immobili, piazzali, parcheggi e pertinenze. Il fascicolo con la richiesta di condono è molto ampia: riguarda non un singolo manufatto, ma la regolarizzazione di un insieme di opere legate a un compendio produttivo.
In ballo ci sono più fabbricati e strutture operative (uffici, officine, magazzini, tettoie, depositi e altri manufatti), per una superficie complessiva indicata negli atti di circa 1.012 mq. Oltre a ampi spazi esterni pertinenziali legati all’attività: piazzali, aree di manovra e parcheggi, per una estensione complessiva molto più grande.
La bacchettata del TAR al Comune di Roma
Roma aveva respinto la sanatoria richiesta dalla fabbrica sostenendo, in sintesi, che l’area è sottoposta a vincoli e pianificazione di tutela tali da rendere incompatibili attività e manufatti di tipo industriale.
Un ragionamento che, nella sostanza, suona così: anche se l’impianto esiste da tempo, oggi il quadro di protezione del Parco dell’Appia imporrebbe limiti tali da non consentire di “sanare” quello che è nato come abuso o comunque privo di titolo edilizio.
Ed è qui che arriva la svolta: il Tar del Lazio non dice “condono sì”, ma dice “rigetto fatto male”.
Secondo i giudici, prima di chiudere la pratica il Comune di Roma avrebbe dovuto acquisire un passaggio decisivo: il parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo, cioè la Soprintendenza.
Il punto non è solo formale. Se il vincolo è sopravvenuto rispetto alle opere, non basta opporre un divieto “automatico”: serve una valutazione di compatibilità.
“Salva per ora”: cosa succede adesso (e cosa potrebbe succedere domani)
Il risultato pratico è chiaro: il rigetto del 2020 viene “tolto di mezzo” e l’Amministrazione di Roma dovrà rielaborare e riformulare la decisione.
Adesso la partita si sposta sul parere.
Se sarà favorevole, il Comune di Roma potrà proseguire verso la sanatoria (sempre verificando tutti gli altri requisiti).
Se sarà negativo, il Comune potrà respingere di nuovo, ma con un procedimento completo e motivato. Insomma: non è un’assoluzione, è un reset della procedura.
Il messaggio vale oltre questo caso: nelle pratiche edilizie in aree vincolate spesso la differenza la fanno i passaggi procedurali.
Chi ha un condono o una sanatoria “ferma” dovrebbe controllare tre aspetti:
(1) quali vincoli insistono sull’area e da quando;
(2) se sono stati richiesti e acquisiti tutti i pareri obbligatori;
(3) se i dinieghi spiegano in modo chiaro perché l’intervento sia incompatibile.
Perché, davanti ai giudici, i “no” generici rischiano di non reggere. Come appunto nel caso della fabbrica di calcestruzzo davanti l’aeroporto di Ciampino.
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