dei Gigli” protetta dalla Unione Europea per le migrazioni sensibili dell’aviofauna.
Il motivo? Nella documentazione tecnica, l’ultimo aggiornamento è una frase che pesa come una pietra, “collasso generale”. Nella relazione gli esperti:
“…rilevano un collasso generale della pineta interessata dal taglio, con la totalità delle piante presenti che si trovano oramai nella condizione di essere completamente disseccate o prossime al disseccamento”.
Tradotto: nella superficie interessata si stimano 2.139 pini ormai morti in piedi o prossimi al disseccamento, con la previsione di lasciare solo 25 alberi in piccoli nuclei come “dote” del bosco, una sorta di memoria vivente in mezzo a un vuoto che sta arrivando.
Il nemico invisibile: la “cocciniglia tartaruga”
Non è, almeno sulla carta, una scelta di convenienza economica o l’anticamera di nuove colate di cemento.
La causa dichiarata è una emergenza fitosanitaria. Il principale imputato è la Toumeyella parvicornis, la cosiddetta cocciniglia tartaruga del pino, un parassita che negli ultimi anni ha messo in ginocchio interi popolamenti di pino domestico.
A complicare il quadro, i tecnici indicano anche la presenza di un fungo patogeno, un secondo colpo su alberi già indeboliti: la combinazione che trasforma un bosco in una distesa di sagome secche, instabili, potenzialmente pericolose.
E qui si innesta il primo punto di pubblica utilità: un albero morto non è solo un albero “brutto”. È un rischio reale. Rischio di schianto, rischio di incendi, rischio per chi attraversa l’area e per le strutture vicine.
È anche così che si spiega l’urgenza: non un intervento “di cura” come lo immagina il cittadino, ma un taglio massivo per evitare che il bosco, già collassato, diventi una minaccia.
Il paradosso politico: tagliare dentro un’area “protetta”
C’è poi un dettaglio che pesa sul piano politico e simbolico: la pineta non ricade dentro un parco o una riserva, ma è inserita in un perimetro di tutela europea, un sito della rete Natura 2000.
Ed è qui che la vicenda ha grande attenzione nella percezione pubblica: perché quando un’area ha un’etichetta di “protezione”, la gente si aspetta più controllo, più manutenzione, più prevenzione.
Non la sensazione che si arrivi sempre tardi, quando l’unica risposta rimasta è la motosega.
L’intervento, nel suo impianto, è presentato come un’azione “necessaria” e circoscritta al solo taglio fitosanitario.
Ma il vero nodo è il dopo. Perché la scelta progettuale indicata è chiara: non si punta a ripiantare alberi a tappeto in questa fase, ma a favorire una ricostituzione spontanea, verso una vegetazione più mediterranea, monitorando se e come il bosco rinasce da solo.
Una prudenza comprensibile: reimpiantare pini in un’area ancora esposta agli stessi patogeni può voler dire preparare il bis della tragedia.
“Salviamo la pineta”: dal sogno alla conta delle perdite
Chi vive Anzio e Lido dei Pini lo sa: la pineta malata non è un tema di oggi.
Negli anni si sono susseguite allerta, discussioni, iniziative civiche, appelli.
Sono stati provati interventi come taglio di piante e sostituzione con nuovi giovani esemplari, oppure con lancio di antagonisti naturali della cocciniglia.
Eppure, la fotografia che emerge adesso è quella di una partita persa in difesa: si passa dall’idea di “salvare” al linguaggio della gestione dell’emergenza, dalla cura alla bonifica.
E mentre la burocrazia elenca regole, prescrizioni, scadenze e comunicazioni obbligatorie, la realtà è una scena facile da immaginare: tronchi segnati, cantieri forestali, area interdetta a tratti, rumore di mezzi e di taglio. Un pezzo di paesaggio che cambia faccia.
Le modalità dell’intervento sui pini
Tempi: i lavori, una volta avviati, dovranno concludersi entro 18 mesi, con la possibilità di una proroga in casi specifici.
Sicurezza: durante le operazioni sono attesi transennamenti, limitazioni di accesso e misure di tutela per passanti e lavoratori.
Controlli: l’intervento prevede comunicazioni e verifiche anche da parte dei soggetti preposti alla vigilanza forestale.
Il reimpianto di 30 ettari di pini nel camping?
In ogni caso, il piano non si limiterebbe agli abbattimenti. Il documento richiama infatti un parere favorevole (con prescrizioni) da parte della Regione Lazio all’intervento fitosanitario e, soprattutto, ai “reimpianti compensativi” legati ai tagli per motivi sanitari.
Un passaggio chiave chiarisce anche il perimetro dell’operazione: almeno una parte delle nuove alberature dovrà essere messa a dimora “all’interno della pineta adibita a campeggio – Camping Village Parco della Gallinara”, nell’area di Lido dei Pini, proprio per compensare la perdita di piante rimosse e avviare una ricostituzione, seppur parziale, del verde.

E allora la domanda finale non è tecnica, è politica: chi si prende la responsabilità di garantire che dopo l’emergenza arrivi un piano pubblico, trasparente e verificabile, e non un vuoto “gestito” con frasi standard e rimpalli di competenze?
Perché una pineta può morire per un insetto. Ma un territorio rischia di perdere molto di più se muore anche una visione progettuale verso il futuro.
Cos’è e come agisce la Toumeyella parvicornis
La Toumeyella parvicornis è una cocciniglia originaria del Nord America che negli ultimi anni si è diffusa rapidamente anche nel Lazio, colpendo in particolare i pini domestici.
Questo insetto si nutre della linfa, aderendo ai rami e formando colonie scure e appiccicose.
Mentre si alimenta indebolisce l’albero, favorendo l’ingiallimento degli aghi e il progressivo disseccamento della chioma.
La sostanza zuccherina che produce, la cosiddetta melata, ricopre le piante e attira la fumaggine, un fungo nero che soffoca ulteriormente il pino.
Senza interventi mirati, la cocciniglia può portare alla morte dell’esemplare infestato nel giro di pochi anni.
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