È, in estrema sintesi, la novità che arriva dalla recente sentenza del Tar del Lazio.
La Fondazione Artigiani della Pace – Telepace esce dalla maxi-sanzione da 20.000 euro perché il Comune di Rocca di Papa avrebbe notificato gli atti all’indirizzo PEC sbagliato.
In carica c’era allora il Commissario prefettizio, subentrato dopo la caduta della Giunta Cimino, prima dell’insediamento della nuova Giunta Calcagni.
Perché la vicenda interessa tutti (non solo Telepace)
Qui non si parla soltanto di una emittente e di un traliccio. C’è un tema di pubblica utilità evidente.
Quando un Comune sbaglia una notifica digitale, non paga “il palazzo”, anche se a guidare il comune c’era un Commissario prefettizio, anche se forse a sbagliare sono stati i dirigenti e/o dipendenti comunali.
Il conto lo pagano spesso i cittadini, tra sanzioni non riscosse, tempi che si allungano, contenziosi che esplodono e spese legali che ricadono sull’ente.
E in un territorio come i Castelli Romani, dove Monte Cavo è un luogo identitario, la credibilità dell’azione pubblica si misura anche sulla capacità di chiudere le pratiche senza inciampare su errori evitabili.
Il cuore della sentenza: una PEC errata fa crollare la sanzione
La multa contestata nasceva dall’idea che Telepace non avesse ottemperato a un’ordinanza di demolizione del 2019.
Quell’ordinanza riguardava opere e strutture in area Madonna del Tufo, nel territorio di Rocca di Papa, con manufatti e tralicci anche di dimensioni importanti.

Ma il Tribunale ha messo un paletto: non puoi punire qualcuno per non aver rispettato un ordine che, giuridicamente, non gli è mai arrivato.
Il Comune, tra l’altro, avrebbe spedito sia l’ordinanza di demolizione del 2019 (Giunta Crestini) sia l’ordinanza di sanzione (dell’8 maggio 2023) a una PEC “simile” ma non esatta, con l’indirizzo PEC riconducibile alla Fondazione che era un altro.
Risultato: l’ordine presupposto non diventa efficace verso quel destinatario e la “multa per inottemperanza” perde il suo fondamento.
Non solo: la sentenza estromette la Regione Lazio perché estranea al caso e condanna il Comune di Rocca di Papa a restituire 2.500 euro di spese alla ricorrente.
Un dettaglio amministrativamente pesante, anche perché nel procedimento il Comune non si è costituito in giudizio, lasciando di fatto la partita giocarsi sulla carta prodotta e sugli ordini istruttori del giudice.
Monte Cavo: la “guerra delle antenne” continua a strappi
Questa sentenza non è un condono e non riscrive tutta la storia di Monte Cavo.
La vicenda dei tralicci va avanti da quasi 50 anni tra ordinanze, ricorsi e pressioni di associazioni e comitati.
Il punto, per molti, è liberare la vetta e riportare il crinale a un equilibrio compatibile con il paesaggio e con i vincoli dell’area.
Il paradosso è che, sul fronte giudiziario, il Comune di Rocca di Papa in altre fasi ha rivendicato risultati importanti in tribunale sulle ordinanze del 2019.
E negli ultimi anni sono continuate a emergere notizie di nuove sanzioni e nuovi stop ai ricorsi di alcune società, a dimostrazione di un braccio di ferro ancora apertissimo.
Sul territorio, però, la percezione pubblica è più amara: dopo rimozioni definite “spettacolari” e interventi che avevano acceso aspettative, molti cittadini raccontano un andamento a strappi, con fasi di accelerazione e poi lunghi periodi di silenzio.
Il punto politico
La sentenza su Telepace manda un messaggio semplice: la legalità non è solo “avere ragione”, è anche fare bene le procedure.
Se l’obiettivo dichiarato è restituire finalmente Monte Cavo a un equilibrio tra paesaggio, sicurezza e servizi, allora gli errori “banali” – una PEC sbagliata – diventano il modo più rapido per regalare tempo, appigli e vantaggi a chi contesta. E per alimentare, dall’altra parte, sfiducia nei cittadini che chiedono risposte.
In definitiva: Telepace evita i 20mila euro per un vizio di notifica. La partita su Monte Cavo continua. Ma dopo questa sentenza, al Comune di Rocca di Papa resta un’urgenza doppia: fare sul serio nel merito e non sbagliare più la forma.
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