Con un’ordinanza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, confermando così la condanna già pronunciata dal Tribunale di Velletri e poi ribadita dalla Corte d’Appello di Roma.
La falsa dichiarazione
Secondo le sentenze di merito, la donna aveva attestato nel 2019 e nel 2020 di abitare in un appartamento ad Aprilia, in zona La Cogna, nonostante il contratto di locazione fosse scaduto da due anni.
Quella falsa dichiarazione le aveva permesso di ottenere per 15 mesi l’integrazione per l’affitto prevista dalla normativa sul reddito di cittadinanza, un contributo di circa 280 euro al mese.
In totale, per 15 mesi, avrebbe percepito un profitto indebito stimato in circa 4.500 euro. Per tali condotte era stata condannata a due anni di reclusione.
Nessuna attenuante
La Corte d’appello aveva ritenuto provata la consapevolezza dell’imputata di dichiarare il falso, sottolineando come l’indicazione di un’abitazione non più in locazione fosse finalizzata esclusivamente ad aumentare l’importo dell’assegno mensile.
Hanno scritto i giudici d’appello:
“piena consapevolezza dell’imputata di rendere una dichiarazione non veritiera, con lo “scopo precipuo di conseguire una maggiorazione dell’assegno mensile”.
Aveva inoltre negato le attenuanti generiche, richiamando i numerosi precedenti penali della donna per reati contro il patrimonio, e aveva escluso la particolare tenuità del fatto, ritenendo rilevante la durata dell’indebita percezione e l’entità del profitto.
La Cassazione ricorda nella sentenza quanto scritto dai colleghi d’Appello:
non potevano essere concesse le attenuanti generiche, alla luce dei “gravi pregiudizi penali della <<OMISSIS>>, la quale è stata più volte condannata per reati contro il patrimonio (furti e rapine)”
Cassazione: condanna confermata più altre sanzioni
La difesa aveva tentato di ribaltare la decisione in Cassazione, sostenendo tra l’altro che la donna fosse una madre indigente di quattro figli, che il danno economico fosse limitato e che non vi fosse stata una lesione effettiva dell’amministrazione pubblica.
Contestava anche la revoca della sospensione condizionale della pena.
La Suprema Corte ha però respinto ogni motivo, definendoli manifestamente infondati o non proponibili in sede di legittimità.
I giudici hanno ricordato che il reato scatta anche quando la falsa dichiarazione serve ad aumentare il beneficio e che la valutazione sulla concessione delle attenuanti spetta ai giudici di merito, che in questo caso avevano motivato in maniera adeguata.
Scrivono i Giudici della Corte di Cassazione:
“I giudici d’appello hanno desunto la sussistenza del dolo dalla piena consapevolezza dell’imputata di rendere una dichiarazione non veritiera, evidenziando come non vi fosse alcun motivo di dichiarare di abitare in una casa che più non conduceva in locazione, se non avesse avuto lo scopo precipuo di conseguire una maggiorazione dell’assegno mensile”.
Quanto alla revoca della sospensione condizionale, la Cassazione ha spiegato che si tratta di un provvedimento dovuto, privo di margini di discrezionalità e legittimamente adottabile anche in appello.
Alla dichiarazione di inammissibilità è seguita la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma di 3.000 euro a favore della Cassa delle Ammende, come previsto dalla legge. Una decisione che chiude definitivamente il caso.
Leggi anche: Aprilia, scoperti altri “furbetti” del reddito di cittadinanza






















