E la recente sentenza n. 22310 del Tribunale Amministrativo Regionale (Tar) del Lazio ne è l’ennesimo esempio. Ma questa sentenza chiarisce anche qualcosa in più.
Non descriveremo le vicende processuali, che sono di una complessità esorbitante, ma possiamo riportare le nostre conclusioni (purtroppo sconfortanti) su quanto è avvenuto nel passato e quanto sta ancora avvenendo riguardo la salute dei cittadini di Pomezia.
Comunque, per chi si volesse misurare con la comprensione di questa sentenza, può leggerla cliccando QUI.
Pomezia paga un caro prezzo
La illuminante vicenda riguarda terreni sul territorio di Pomezia fortemente inquinati. L’inquinamento è arrivato alle acque sotterranee.
Si parla di tricloroetilene e tetracloroetilene, elementi tristemente noti per la loro tossicità, persistenza e potenziale cancerogenicità.
Come troppo spesso accade diversi soggetti pubblici e privati si rimpallano le responsabilità. Nessuno vuole prendersi la colpa, nessuno vuole pagare le bonifiche. Intanto i veleni continuano a penetrare nel terreno e a inquinare le falde.
E quando viene finalmente decisa una responsabilità, allora si va per le vie legali.
Tempi lunghi, ricorsi e controricorsi. Le aziende intanto chiudono e chi le acchiappa più. Gli amministratori, magari, passano a miglior vita e non c’è più nessuno da accusare o a cui presentare il conto.
E intanto i veleni continuano a penetrare i terreni, a inquinare l’acqua e a infiltrarsi nella nostra catena alimentare.
Il (furbo) colpevole la fa franca
Comune di Pomezia, Città Metropolitana di Roma, Regione Lazio, Arpa Lazio e varie aziende private sono protagoniste di un balletto burocratico-giudiziario quasi comico, se non fosse che stiamo parlando di veleni e gravissimo rischio cancro.
Si arriva a sostenere che un soggetto non può essere incolpato di aver inquinato le acque sotterranee, perché tutto il territorio è ormai talmente pervaso di sostanze inquinanti che è diventato impossibile accusare una singola azienda di questo o quell’inquinamento.
Tutti colpevoli, quindi nessun colpevole.
È facile difendersi, quindi, in tribunale sostenendo l’impossibilità di individuare una
“fonte primaria di contaminazione in un’area in cui è presente una forma di inquinamento su larga scala”.
Gli inganni del passato. E oggi?
Le società private aprono discariche, impianti di trattamento e riciclaggio dei rifiuti. Presentano progetti sulla carta perfetti: impossibile ci possa scappare un inquinamento. Ma poi chi controlla davvero?
Queste società fanno enormi utili, per decenni. Poi la situazione diviene magari insostenibile; magari si cede tutto a un prestanome; magari si chiude e basta.
Solo in seguito saltano fuori gli enormi danni provocati da quegli impianti. Si scoprono terreni inquinati, falde acquifere compromesse. E le bonifiche costano decine di milioni di euro, nessuno le vuole fare.
Chi inquina (non) paga
Pensate che c’è una legge europea, denominata “Chi inquina paga” che in realtà è una perfetta scappatoia per chi vuole inquinare e scappare. Facciamo un esempio.
La societa “XYZ” fa tanti soldini lavorando i rifiuti e inquinando terra, aria e acqua. Nessuno controlla. Il business va avanti per decenni. Quindi chiude. Ma prima di scomparire vende baracche e terreni alla società “HJK” che subentra.
Solo in seguito si scopre poi che là dove operava la XYZ il terreno e l’acqua sono stati inquinati da elementi cancerogeni.
Siccome a pagare deve essere chi ha inquinato (appunto “Chi inquina paga”), laHJK non è responsabile diretta dell’inquinamento: non è lei che ha inquinato, quindi non è obbligata a bonificare il terreno. La norma dice che può farlo “volontariamente”.
Ma chi si mette a spendere milioni di euro per disinquinare terreni o falde, se non è obbligato? Nessuno.
Allora è costretto a intervenire il Comune o la Regione. Ma i soldi nel pubblico scarseggiano, le pratiche burocratiche sono lunghe, magari bisogna aspettare anche la sentenza di qualche ricorso in corso… Intanto i veleni continuano a penetrare nel terreno e a inquinare le falde.
Un quadro sconcertante. Ma manca ancora la ciliegina finale.
Chi controlla la salute dei cittadini?
In un quadro desolante di questo genere, gli stessi enti pubblici che non hanno controllato e che non fanno le bonifiche continuano a rilasciare autorizzazioni per nuove discariche, nuovi impianti di trattamento rifiuti e mettiamoci pure un bell’inceneritore!
Tutti impianti che promettono di non essere inquinanti, come avevano promesso a suo tempo quelli poi invece risultati super-inquinanti, precedentemente approvati e non controllati.
Ormai non si ha più nemmeno il coraggio di fare una seria indagine epidemiologica sulla diffusione dei tumori tra la popolazione. Si ha paura del risultato, meglio non sapere.
L’ultima effettuata, di cui noi siamo a conoscenza, è stata fatta quasi 20 anni fa. Giace nei cassetti della Regione Lazio.
Riguardava il grado di aumento dei tumori tra la popolazione che risiede entro un raggio di 5 chilometri da una discarica.
I risultati mostravano che per alcuni tipi di tumore c’era addirittura un raddoppio dei casi, rispetto alle medie nazionali. Poi il silenzio più assoluto.
Solo il Caffè lo ha scritto per anni e anni. A nessuno, sembra, è importato nulla.
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