Solo in seguito ripartirà la bonifica di ciò che c’è all’interno, cioè circa 520 tonnellate di rifiuti altamente tossici, di cui circa 120 tonnellate già bonificate nel 2013. Fatti due conti ne mancherebbero ancora 400 tonnellate da bonificare.
La Determinazione dirigenziale n. 1527 del 10 dicembre 2025 avvia intanto la procedura per togliere il maxi tetto in cemento-amianto del capannone dell’ex Kema, in via delle Pesche 11, per realizzare il tetto sostitutivo.
Il progetto costerà 615mila euro e viene finanziato nell’ambito delle opere di ripristino ambientale legate al contributo regionale. Dopo si interverrà sul resto, ossia sulla rimozione del materiale sensibile, ossia i rifiuti tossici.

La gara da 615mila euro per togliere l’amianto dal tetto
Dopo anni di atti, solleciti e interventi “in danno” per fronteggiare l’inerzia del responsabile del sito industriale, l’ex stabilimento chimico Kema torna quindi al centro di un passaggio concreto.
La determina del 10 dicembre serve a rendere la gara più veloce e “blindata” secondo le regole del nuovo Codice degli appalti: più dettagli, più criteri, più garanzie su chi potrà partecipare.
L’obiettivo, immediato e non rinviabile, è mettere in sicurezza l’accesso al capannone attraverso la rimozione dell’amianto in copertura, e farlo il più velocemente possibile.
Sicurezza e controlli: monitoraggi rafforzati e subappalto “a metà”
Il punto delicato è la tutela della salute.
La determina apre a miglioramenti del piano di monitoraggio delle fibre di amianto aerodisperse, prima, durante e dopo le lavorazioni.
E mette un freno al subappalto nelle fasi più sensibili: la rimozione della copertura in amianto potrà essere subappaltata solo fino al 50% dell’importo e non potrà essere ulteriormente “spezzettata”.
Nel bando entra anche la clausola sociale, con premialità per chi dimostra misure su pari opportunità e inclusione lavorativa.
Perché partire dal tetto: la bonifica (da 2,5 milioni) passa di qui
Questo intervento non è un capitolo a parte: è la porta d’ingresso della bonifica vera.
L’ex Kema è una ferita aperta dal 1987 e il piano complessivo è sostenuto dal finanziamento della Regione Lazio da 2,5 milioni di euro. Ma prima della caratterizzazione e delle rimozioni più profonde, serve un accesso in sicurezza.
Eliminare la copertura in amianto significa rendere praticabile il capannone e consentire le attività tecniche e operative successive.
Il responsabile di progetto indicato negli atti è il geologo Leonardo Ciarmoli: la linea è chiara—prima si rimuove una delle principali sorgenti di rischio, poi si accelera sul resto del ripristino ambientale.
Entro fine 2026, dopo la sostituzione del tetto, partirà la bonifica vera e propria dell’ecomostro ex Kema.

Tempi: la gara premia chi corre, ma senza scorciatoie
Qui la notizia è anche “politica” nel senso dell’interesse pubblico: non si sceglie solo in base al prezzo, visto che si parla di amianto, un prodottochimico particolarmente peficoloso per la salute umana.
L’appalto sarà assegnato con il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, quindi miglior rapporto qualità/prezzo. Contano prezzo e tempi, ma pesano soprattutto organizzazione del cantiere, gestione della sicurezza nella gestione dell’amianto, qualità dei materiali e capacità di presidiare l’impatto ambientale. Tradotto: l’ente prova a evitare il solito copione dei ribassi aggressivi che poi si trasformano in rallentamenti, varianti e contenziosi.
Come fermare prima i “farabutti”
Torna qui il tema che abbiamo più volte sottolineato. Lo sciagurato schema con cui si autorizzano aziende a lavorazioni ‘pericolose’.
Queste presentano progetti che sulla carta preservano perfettamente l’ambiente a la salute delle persone. Lavorano per alcuni anni, fanno enormi profitti. E poi ‘spariscono’.
Si scopre quindi che hanno inquinato terreni, aria, acqua, che hanno lasciato (come il caso ex Kema) un mega tetto di amianto da bonificare e 520 tonnellate di materiale pericoloso per l’ambiente da smaltire.
A questo punto lo Stato è naturalmente costretto ad intervenire, con i soldi pubblici, cioè i nostri.
Perché si ripete sempre questo schema?
Perché non si riesce a controllare l’operato di queste aziende quando sono ancora in attività?
Eppure non ci vorrebbe molto per tutelarsi da questi farabutti.
Oltre a un controllo più accurato dei loro progetti in fase di approvazione e a controlli più stringenti, si potrebbe condizionare la loro operatività a una fidejussione (o un’assicurazione) a garanzia di futuri eventuali danni o bonifiche.
Questo avrebbe un doppio vantaggio. Innanzitutto questi signori dovrebbero convincere anche le banche che loro sono onesti e non faranno ‘danni’, e nel malaugurato caso che ne facciano, ebbene, almeno ci saranno i soldi della garanzia che pagheranno le bonifiche e i danni.
Questa è una idea, ma ve ne potrebbero essere altre ancora più a garanzia di cittadini e ambiente. Quella che manca (come accade troppo spesso) è la volontà politica.
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