Con una sentenza pubblicata nei giorni scorsi, il Tribunale Amministrativo Regionale (Tar) del Lazio ha dato ragione al Comune di Genzano: quando una cappella o tomba privata ha raggiunto la capienza massima di salme, il diritto di sepoltura si esaurisce, anche se la concessione originaria era perpetua e risale a decenni fa (in questo caso al 1933).
Tradotto: se gli spazi interni sono finiti, non basta “fare spazio” togliendo o rimpicciolendo lo spazio occupato dalle precedenti bare, per tumulare un nuovo familiare.
Il caso del cimitero di Genzano che ha acceso la miccia
La vicenda nasce da una richiesta semplice e ‘umanissima’: una cittadina chiede di seppellire il fratello nella tomba di famiglia al cimitero comunale.
Il Comune di Genzano però risponde ‘picche’: la tomba è piena e, quindi, non si può procedere.
La ricorrente impugna il ‘No’ del Comune di Genzano sostenendo che, essendo una concessione “perpetua”, si potesse gestire la situazione estumulando una salma già presente e liberando un posto. Ma il Tribunale ha respinto il ricorso.
“Perpetua” non significa “senza limiti”
Qui sta il punto politico e sociale: molte famiglie soprattutto in territori con paesi antichi come ai Castelli Romani, hanno vecchi sepolcri, spesso ottenuti quando i regolamenti erano più ‘larghi’ e il concetto di “per sempre” suonava come una garanzia assoluta.
Il Tar del Lazio, invece, manda un messaggio chiaro: i cimiteri sono beni pubblici e vanno governati con regole uguali per tutti. La concessione può anche essere “perpetua” come durata del rapporto, ma non può trasformarsi in un diritto a ospitare sempre nuovi defunti.
Il nodo: puoi estumulare, ma non “ricominciare da capo”
La sentenza spiega che l’estumulazione è un’operazione possibile: in certi casi si può spostare o rimpicciolire una salma seguendo procedure e regole sanitarie. Ma questo non significa che la famiglia possa “resettare” la tomba e ripartire all’infinito con nuove tumulazioni.
Per il Tar, una volta raggiunta la capienza, il diritto di usare quella concessione per nuove sepolture finisce. Se si vuole ricominciare a tumulare lì, occorre una nuova concessione a tempo (con costi e autorizzazioni).
Perché questa decisione pesa (anche in chiave politica)
Il tema non è solo un litigio tra un cittadino e il Comune: riguarda il modo in cui si gestisce un servizio pubblico delicatissimo. I cimiteri, in molti territori, sono sotto pressione: spazi limitati, costi di manutenzione, regole sanitarie, esigenze di rotazione.
I giudici, in sostanza, dicono ai Comuni: potete difendere l’interesse collettivo a una gestione ordinata e non “privatizzata di fatto” da concessioni che, se interpretate in modo troppo largo, creerebbero posti “infiniti” su suolo pubblico. E il messaggio ai cittadini è: preparatevi a regole più rigide e a scelte difficili.
Cosa succede ora (e cosa devono sapere le famiglie)
La sentenza non “cancella” la tomba di famiglia né autorizza scorciatoie: conferma che il Comune può negare nuove tumulazioni quando la capienza è completata. Non a caso il Tar del Lazio evidenzia che il rischio, altrimenti, sarebbe trasformare una concessione in una proprietà mascherata.
Un dettaglio politico non secondario: il giudice ha deciso di compensare le spese, quindi niente “stangata” in tribunale per i costi legali tra le parti. Ma il problema pratico resta: per seppellire lì, serve una nuova strada. Ossia una nuova concessione Comunale con relativo nuovo pagamento.
Leggi anche: Recup Lazio, dal 2026 si cambia sistema per le prenotazioni di visite ed esami sanitari























