Si chiude infatti con il pagamento delle spese processuali una vicenda nata nel novembre del 2009 a Lavinio, quando un’anziana donna scivolò mentre percorreva viale Re Latino. Nella caduta la donna riportò gravi fratture che resero necessari interventi chirurgici e lunghi ricoveri ospedalieri.
Secondo la ricostruzione dei familiari, la causa dell’incidente sarebbe stata una sconnessione del marciapiede. Quella sconnessione, coperta dall’acqua piovana e non segnalata, avrebbe trasformato il tratto di strada in una vera e propria insidia.
Dopo la morte della donna, gli eredi decisero di portare il Comune di Anzio in tribunale. Chiedevano un risarcimento per i danni subiti, quantificati in circa 26 mila euro.
Nel 2017 il tribunale riconosce la responsabilità del Comune di Anzio
Il Tribunale di Velletri nel 2017 aveva dato ragione agli eredi. Il giudice aveva riconosciuto la responsabilità del Comune di Anzio per la manutenzione della strada. Aveva perciò condannato il Comune a pagare poco meno di 16 mila euro, oltre alle spese legali.
La storia, però, non si è fermata lì. In appello, i familiari avevano chiesto una liquidazione più elevata dei danni.
Il Comune di Anzio da parte sua aveva reagito contestando alla radice la decisione di primo grado. Sosteneva infatti che non vi fosse prova di una reale insidia stradale e che, comunque, la caduta fosse dipesa dal comportamento della vittima.
… poi il verdetto si ribalta: incidente imputabile alla condotta della vittima
La Corte d’Appello di Roma, nel 2022, ha ribaltato completamente il verdetto: niente risarcimento, perché non era stato dimostrato il nesso causale tra le condizioni del marciapiede e l’incidente.
Secondo i giudici di secondo grado, dalle fotografie prodotte non emergevano sconnessioni o dislivelli significativi. Il tratto di strada risultava in buono stato di manutenzione e la donna conosceva bene quel percorso, che frequentava abitualmente.
A ciò si aggiungevano le condizioni atmosferiche avverse – pioveva – e la presenza della figlia accanto alla donna. Questi elementi, a giudizio della Corte, avrebbero richiesto maggiore cautela.
Gli eredi non si sono arresi e hanno fatto ricorso in Cassazione, denunciando errori procedurali, una valutazione distorta delle prove e una scorretta applicazione delle regole sulla responsabilità della pubblica amministrazione per i beni in custodia.
Ma anche l’ultimo grado di giudizio ha dato torto alla famiglia.
La decisione finale della Cassazione: nessun risarcimento e pagamento di 3000 euro di spese processuali
Con un’ordinanza depositata a fine dicembre 2025, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione della Corte d’Appello.
I giudici di legittimità hanno chiarito che non spetta alla Cassazione rivalutare le prove e che, nel caso concreto, i giudici di merito hanno legittimamente escluso la responsabilità del Comune di Anzio.
In particolare, è stato ribadito un principio ormai consolidato: nella responsabilità per cose in custodia, il comportamento del danneggiato può costituire “caso fortuito” ed escludere del tutto la responsabilità dell’ente, anche quando non sia eccezionale o imprevedibile, se risulta oggettivamente imprudente rispetto a un rischio percepibile.
Nel caso specifico, il fatto che la caduta sia avvenuta in un luogo noto, sotto la pioggia e senza che vi fossero evidenti anomalie del marciapiede, ha portato i giudici a ritenere che l’incidente fosse imputabile esclusivamente alla condotta della vittima.
Una valutazione di fatto che, secondo la Cassazione, non può essere messa in discussione in sede di legittimità.
Oltre alla delusione per la decisione definitiva, per gli eredi è arrivata anche la condanna al pagamento delle spese processuali del giudizio di Cassazione, pari a oltre 3.000 euro.
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