È questo in estrema sintesi l’epilogo della vicenda giudiziaria che ha visto protagonisti un uomo oggi di 49 anni e il figlio di 26, entrambi condannati per una rapina violenta avvenuta nel dicembre 2023 a Sezze.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati contro la sentenza della Corte d’Appello di Roma, rendendo così irrevocabili le pene inflitte.
Per quella rapina dovranno scontare tre anni e otto mesi di carcere il padre e tre anni e quattro mesi il figlio, che si era difeso adducendo come alibi una partita di calcetto ad Aprilia. Alibi ritenuto non decisivo dai giudici.
La rapina violenta a Sezze
I fatti risalgono al 16 dicembre 2023, quando tre persone aggredirono a Sezze una persona derubandola del furgone.
La rapina si era consumata in serata, poco dopo le 20, quando la vittima, rientrando nella propria abitazione a Sezze con un furgone, era stata aggredita da tre persone. L’uomo era stato spinto a terra con violenza, colpito e derubato del mezzo. Nell’aggressione aveva anche riportato lesioni personali e una momentanea perdita di coscienza.
Circa un’ora più tardi, alle 21.05, il furgone sottratto nella rapina era stato rintracciato ad Aprilia dai Carabinieri.
Il mezzo aveva il motore ancora caldo e all’interno era stata versata candeggina, circostanza ritenuta funzionale alla cancellazione delle tracce. Nelle immediate vicinanze era stata trovata anche l’auto riconducibile ai due imputati.
L’alibi della partita di calcetto ad Aprilia
Le indagini avevano condotto ad individuare quali presunti responsabili della rapina due uomini, padre e figlio.
Nel corso del procedimento, il padre, ritenuto l’autore dell’aggressione iniziale, aveva ammesso la propria responsabilità.
Il figlio, invece, aveva sempre sostenuto di non aver partecipato alla rapina. Il giovane sosteneva infatti che la sera della rapina a Sezze lui si trovava ad Aprilia per una partita di calcetto, disputata tra le 18 e le 19.
A sostegno dell’alibi erano stati prodotti una ricevuta di pagamento del campo sportivo di Aprilia e le dichiarazioni di più testimoni.
Perché l’alibi della partita di calcetto ad Aprilia non è stato ritenuto sufficiente
I giudici di merito hanno però ritenuto che l’alibi della partita di calcetto ad Aprilia non fosse decisivo per escludere la partecipazione alla rapina di Sezze.
I giudici hanno infatti evidenziato come, anche partecipando alla partita, il giovane avrebbe avuto il tempo necessario per raggiungere Sezze, distante circa cinquanta chilometri, prendere parte alla rapina e rientrare poi ad Aprilia prima dell’individuazione del furgone.
Decisivo il riconoscimento fotografico
Centrale, nella ricostruzione dei fatti, il riconoscimento fotografico effettuato dalla vittima presso la caserma dei Carabinieri di Aprilia poche ore dopo l’aggressione.
Un riconoscimento ritenuto attendibile perché avvenuto a breve distanza temporale dai fatti e basato su una descrizione dettagliata degli aggressori.
La Corte d’Appello ha inoltre sottolineato come il racconto della persona offesa fosse coerente e supportato da ulteriori riscontri.
Le condanne definitive
In appello la responsabilità penale di padre e figlio è stata confermata.
La pena del padre è stata ridotta a tre anni e otto mesi di reclusione e mille euro di multa, con l’interdizione dai pubblici uffici limitata a cinque anni.
Per il figlio è stata confermata la condanna a tre anni e quattro mesi di carcere e 800 euro di multa.
La Cassazione ha respinto tutte le censure difensive, giudicandole tardive o infondate, e ha condannato entrambi anche al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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