Una mossa che segna un punto politico preciso: anche dove l’attività agricola si intreccia con il sociale, le regole urbanistiche (soprattutto in area vincolata) non ammettono scorciatoie.
Per non rischiare errate interpretazioni, chiariamo che l’ordinanza di demolizione non ha nulla a che vedere con la società Agricoltura Capodarco Società Cooperativa Sociale, estranea ai fatti. Pubblichiamo questa precisazione su richiesta della stessa società.
Contestati magazzino, container e due tettoie come non “precari”
Gli accertamenti descrivono quattro interventi:
- un manufatto in legno prefabbricato adibito a magazzino (circa 22,5 mq),
- una tettoia in legno con copertura in lamiera (circa 28,86 mq),
- una seconda tettoia con tubi in ferro e canne in legno (circa 17,39 mq)
- il posizionamento di un container ad uso abitativo (circa 11,25 mq).
Opere presentate come “precari”, alla Polizia Locale, ma considerate dal Comune di Grottaferrata trasformazioni stabili dello stato dei luoghi e quindi, di fatto, nuova costruzione abusiva:
“si configura un intervento edilizio che, per le dimensioni rilevanti, non può qualificarsi come pertinenziale, pur assolvendo funzioni di servizio o ornamento, poiché modifica l’assetto del territorio e comporta occupazione di aree e volumi”.
La stretta dei vincoli: Parco, paesaggio, idrogeologia, sismica e perfino ENAC
Il punto che irrigidisce la vicenda è la cornice: l’area ricade nel perimetro del Parco Regionale dei Castelli Romani, dentro un vincolo paesaggistico e in zona con tutela idrogeologica. Oltre alle prescrizioni sismiche e al vincolo ENAC richiamato nell’atto.
Spiega esplicitamente l’Ordinanza dirigenziale:
“se il manufatto e le opere connesse si realizzano in area paesaggisticamente tutelata ai sensi del D.Lgs. 42/2004 e in zona sismica, occorre acquisire preventivamente i pareri, autorizzazioni e nulla osta prescritti dalle normative paesaggistiche e antisismiche, in quanto vincoli propedeutici all’esecuzione dell’intervento
In territori così, la catena dei “via libera” non è un formalismo: servono autorizzazioni e pareri preventivi, perché ogni manufatto può incidere su paesaggio e fragilità del suolo.
Il paradosso: missione sociale, ma cantiere sotto la lente
A rendere la storia delicata è il contesto: il fondo risulta in concessione a una cooperativa agricola che, nei Castelli Romani, ma anche a Roma, viene spesso associata al mondo dell’agricoltura sociale, quella che combina produzione e inclusione, percorsi di inserimento e attività rivolte alla comunità.
È il cortocircuito che imbarazza tutti: una realtà percepita come “simbolo” può permettersi zone d’ombra amministrative in un’area protetta, dove il margine di tolleranza è per definizione ridotto?
Più soggetti obbligati alla demolizione
L’ordinanza non scarica il peso su un solo soggetto: ordina la demolizione al sub-concessionario indicato come esecutore delle opere, ma richiama anche gli obblighi “in via reale” a carico del concessionario e dei proprietari delle quote del terreno.
Tradotto: non è solo una questione di “chi ha costruito”, ma anche di chi ha disponibilità giuridica dell’area. È un’impostazione pensata per evitare rimpalli e immobilismo quando c’è da ripristinare lo stato dei luoghi.
Le conseguenze: acquisizione gratuita, sanzioni e fascicolo in Procura
Il messaggio è chiaro. Se allo scadere dei 90 giorni non sarà stato ripristinato tutto, il Comune di Grottaferrata potrà procedere con l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dei manufatti e dell’area necessaria. Un ‘sequestro’ oltre alle sanzioni pecuniarie previste.
È l’effetto “tagliola” che trasforma l’inottemperanza in perdita del bene.
Non solo: l’atto viene trasmesso anche alla Procura di Velletri e agli uffici regionali competenti, inclusa la struttura del Parco, per i successivi adempimenti di vigilanza.
Cosa succede adesso: 90 giorni che possono cambiare gli equilibri
Da qui in avanti si gioca una partita doppia: tecnica e reputazionale.
Sul piano tecnico, i soggetti coinvolti dovranno scegliere se demolire rapidamente. O al contrario tentare strade amministrative che però, in area vincolata, diventano spesso un percorso in salita tra pareri e conformità.
Sul piano pubblico, l’ordinanza rischia di aprire una crepa: perché quando un “colosso” dell’agricoltura sociale finisce in un provvedimento di demolizione, la domanda dei cittadini è inevitabile: chi controlla, come, e da quanto tempo?
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