Il nodo più sensibile – inevitabilmente – è la localizzazione. L’impianto è previsto in località Solforatelle, nell’area del Municipio IX di Roma. Ma in un territorio che per percezione, paesaggio e confini “emotivi” guarda anche verso Pomezia.

Il percorso autorizzativo entra adesso nella sua fase decisiva: il progetto è considerato compatibile, dalla Regione Lazio, con prescrizioni, e la macchina amministrativa è pronta a trasformare un’area di campagna in un’infrastruttura energetica. Il via libera regionale porta la data del 13 gennaio.
Dove nascerà il parco: il confine delicato tra Roma e Pomezia
L’impianto fotovoltaico nasce quindi nel territorio del Municipio XI ma a ridosso del Comune di Pomezia.
Siamo in una zona che molti identificano con il Lago degli Innamorati, immersa nel sistema della Solfatara e nelle sue aree naturali protette.
Qui il territorio ha un peso simbolico e ambientale forte: non è una periferia qualsiasi, è uno spazio dove natura, memoria locale e fragilità ecosistemiche convivono da sempre con l’avanzata del cemento e delle grandi opere.

I numeri dell’intervento: 31 MWp e 36 ettari recintati
Dal punto di vista industriale, parliamo di un impianto tutt’altro che marginale.
La potenza complessiva di picco supera i 31 MWp, mentre la potenza di immissione in rete è pari a 24 MW: un volume energetico in grado di incidere in modo significativo sulla produzione elettrica locale.
Per capire di che impianto parliamo, possiamo stimare che sarebbe in grado di alimentare circa 13.000 utenze domestiche (medie).
Il progetto prevede la presenza di quattro campi distinti e un’area complessiva disponibile che supera i 70 ettari, l’equivalente di circa 140 campi di calcio di serie A.
Con circa 36 ettari (circa 70 campi da calcio di serie A) effettivamente interessati dalle opere interne alla recinzione. Il messaggio è chiaro: non un fotovoltaico “di servizio”, ma un polo strutturale nel nuovo mosaico energetico del Lazio.
Caratteristiche tecniche: moduli ad alta efficienza e impianto poco visibile
La tecnologia scelta punta su moduli monofacciali in silicio monocristallino ad alta efficienza, con installazione su strutture fisse inclinate e orientate a Sud.
Per limitare l’impatto visivo viene rivendicata una scelta precisa: pannelli relativamente bassi, con altezza massima poco oltre i due metri e mezzo, distribuiti su file regolari e distanziate.
Il progetto include numerosi inverter di stringa, cabine elettriche di trasformazione containerizzate, sistemi di controllo remoto e sorveglianza.
È il classico volto del fotovoltaico di nuova generazione: più compatto, più automatizzato, meno “presidiato” fisicamente, ma altamente controllato da remoto.
Connessione e infrastrutture: 2,6 km di cavidotto fino a “Selvotta”
Il cuore strategico, spesso trascurato nel dibattito pubblico, è però la connessione.
L’impianto non si limita a produrre energia: deve trasportarla e consegnarla. Per questo è prevista una rete di elettrodotti interrati in media tensione che convoglieranno la produzione verso due cabine di consegna poste al confine dell’area, in punti accessibili dalla viabilità pubblica.
Da lì partirà un collegamento interrato di circa 2,6 chilometri fino alla cabina primaria “Selvotta”.
Tradotto in politica: non è un impianto isolato, ma una pedina dentro la scacchiera della rete elettrica, e la sua fattibilità reale si misura anche sulla capacità del territorio di assorbire nuova potenza rinnovabile.
Tempi di realizzazione: quattro mesi di lavori, ma la sfida è la governance
I lavori vengono stimati in circa quattro mesi, comprendendo le fasi operative e l’organizzazione del cantiere. In linea teorica, quindi, si tratta di un intervento rapido. Ma la vera sfida non è il cronoprogramma: è la governance.
Perché un impianto di questa scala, in un’area così discussa, si porta dietro inevitabilmente un carico di conflitti tra interessi diversi: transizione energetica, tutela del paesaggio, uso agricolo del suolo, identità del territorio.

Il rischio è che tutto venga ridotto a una guerra di slogan: “energia pulita” contro “devastazione ambientale”. La realtà, come sempre, è più complessa e più politica.
Transizione e tensioni: il Lazio come laboratorio dello scontro nazionale
Questo caso esplode nel momento in cui l’Italia sta ridisegnando le regole del gioco su rinnovabili e aree idonee.
Il Lazio, per posizione, irraggiamento e pressione urbanistica, è uno dei fronti più caldi. Qui ogni autorizzazione diventa un precedente: se passa un impianto “qui”, allora può passare ovunque.
Ed è esattamente questa la posta in gioco nel dibattito locale: non solo l’impianto in sé, ma l’effetto domino.
La transizione energetica entra nei territori non con le parole, ma con i recinti, le strade di servizio, le cabine elettriche e i cavidotti. E ogni volta chiede alla politica di scegliere chi vince e chi perde.
Fine vita e responsabilità: la promessa di reversibilità non basta più
Il progetto sostiene la reversibilità dell’opera: vita utile tra 25 e 30 anni, poi smontaggio e ripristino, con la prospettiva di riciclo della maggior parte dei materiali. Ma qui si apre un tema cruciale: la transizione non è solo costruire, è anche garantire cosa accadrà dopo.
Negli ultimi anni il confronto pubblico si è spostato proprio su questo punto: chi controlla davvero? Chi paga davvero? Chi garantisce che un impianto dismesso non diventi un relitto industriale di cui dovranno farsi carico le future amministrazioni e quindi i cittadini?
È su questo terreno che si giocherà la credibilità politica dell’operazione, molto più che sulla potenza installata, oltreché alla estrema vicinanza al lago dei sogni.
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