La vertenza Unicoop esce quindi dalla dimensione locale e diventa ufficialmente un dossier politico nazionale.
La chiusura e la dismissione dei supermercati Coop nel Lazio, tra i quali il punto vendita di Pomezia, è arrivata sul tavolo del Governo, con un’interrogazione parlamentare a risposta scritta presentata alla Camera dal deputato Aboubakar Soumahoro, eletto nelle liste AVS.
L’atto chiama direttamente in causa due ministeri chiave: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Il cuore della richiesta è uno: quali misure intende adottare l’esecutivo per difendere l’occupazione e impedire che la ristrutturazione si trasformi in una scia di licenziamenti o trasferimenti forzati?
Pomezia, il punto vendita simbolo della crisi: 60 lavoratori in bilico
La questione ha, tra gli altri, un volto preciso: quello del punto vendita di Pomezia, diventato l’emblema di una crisi che rischia di travolgere centinaia di famiglie.
Qui lavorano circa 60 dipendenti, molti dei quali con una lunga anzianità di servizio e un profilo anagrafico che rende tutt’altro che semplice l’ipotesi di una ricollocazione rapida.

Pomezia non è soltanto un negozio: è un presidio commerciale e sociale in un’area già segnata da fragilità occupazionali e da un tessuto economico non sempre capace di riassorbire shock improvvisi. La dismissione annunciata dalla cooperativa viene percepita come una frattura: non solo aziendale, ma territoriale.
Una decisione improvvisa e la sorpresa dei sindacati
Il punto più controverso, raccontano le sigle sindacali, è stato il metodo.
L’annuncio della vendita di più punti vendita nel Lazio è arrivato in maniera improvvisa, durante un incontro con i rappresentanti dei lavoratori che, nelle aspettative diffuse, avrebbe dovuto aprire uno scenario completamente diverso: un rilancio, un investimento, una strategia di rafforzamento nel centro Italia e soprattutto nell’area di Roma.
Invece, sul tavolo è piombato un piano di dismissione che ha spiazzato tutti e che oggi viene giudicato “irricevibile”. La sensazione, nelle parole di chi segue il dossier, è che si stia tentando di far passare una riduzione strutturale come semplice riorganizzazione.
Nove supermercati in vendita nel Lazio: oltre 200 posti a rischio
Pomezia è solo una parte del quadro.
La lista dei punti vendita coinvolti nel Lazio è ampia e tocca territori diversi: Coop di Colleferro, Fonte Nuova e Ruderi di Torrenuova e Superconti di Impruneta, Capena e Orte, in un effetto domino che rischia di amplificare il disagio sociale.
Complessivamente, la platea dei lavoratori coinvolti supera quota 200 dipendenti, e il problema non è solo quanti posti di lavoro siano formalmente “a rischio”, ma quali condizioni verranno imposte a chi resterà.
Trasferimenti, nuovi contratti, possibili riduzioni di orario e soprattutto l’incertezza del passaggio di proprietà.
Perché vendere un supermercato non significa automaticamente tutelare chi ci lavora dentro: dipende da chi compra e da quali garanzie mette nero su bianco.

Ne è un esempio la dismissione dei punti vendita a marchio Coop avvenuta negli anni passati nella vicina Aprilia: supermercati assorbiti da altri marchi. Per i lavoratori una lunga serie di ‘dismissioni’, trasferimenti o, nel migliore dei casi, nuovi contratti con peggiori condizioni.
Sciopero e mobilitazione: la protesta accende il territorio
Non a caso, la vertenza è già esplosa fuori dalle sale riunioni. I sindacati e i dipendenti hanno proclamato sciopero e iniziative di protesta, trasformando la crisi in un tema pubblico.
È un segnale politico importante: quando una cooperativa storicamente legata a un’idea di tutela dei lavoratori e di radicamento sociale viene accusata di “smobilitare” territori interi, il tema non può essere trattato come una questione privata.
La mobilitazione ha anche un messaggio implicito: senza garanzie occupazionali, l’operazione non verrà accettata come inevitabile. Il conflitto sociale, ormai, è parte integrante della trattativa.
Unicoop Etruria: il gigante cooperativo e il paradosso della ritirata
Nel racconto di questa vicenda c’è un paradosso che pesa come un macigno.
Unicoop Etruria è una realtà nata da una fusione recente, presentata come un progetto di consolidamento e di forza industriale: numeri grandi, rete capillare, migliaia di dipendenti, una base sociale ampia.
Eppure, nel giro di pochi mesi, si parla già di tagli e di arretramento. È qui che la questione assume un valore politico più ampio: se anche un attore cooperativo, teoricamente più protetto dalle logiche aggressive della grande distribuzione, entra in modalità “ritirata”, significa che nel mercato sta accadendo qualcosa di profondo.
E che la pressione sui margini, sui costi e sulla sostenibilità dei punti vendita si scarica, come spesso accade, su chi lavora.
Il nodo decisivo: chi compra e con quali garanzie per i dipendenti
Il punto più delicato, ora, è quello che l’interrogazione porta dritto al cuore: esistono aziende terze pronte a subentrare garantendo davvero la continuità occupazionale?
Questa è la domanda che vale più di tutte. Perché senza un passaggio ordinato, vincolato e controllato, la cessione rischia di diventare un’operazione di mercato con scarsi benefici sociali.
Il territorio teme un copione già visto: acquisizioni che ripartono con nuove regole, organici ridotti e un progressivo ridimensionamento.
Ed è per questo che il Governo viene chiamato in causa: non come spettatore, ma come soggetto in grado di far pesare strumenti di mediazione, incentivi e pressione politica.
Una crisi locale che diventa nazionale: un effetto domino su Roma e provincia
La storia di Pomezia e degli altri punti vendita del Lazio parla di lavoro, di diritti e di tenuta sociale. Ma parla anche di politica industriale: quale modello di distribuzione vuole sostenere il Paese?
Che tipo di equilibrio deve esistere tra libertà d’impresa e responsabilità sociale, soprattutto quando in ballo ci sono marchi radicati e un’eredità cooperativa storica?
Portare il caso al Governo significa dare un segnale preciso. Non si accetta che centinaia di lavoratori vengano scaricati nell’incertezza con una comunicazione improvvisa e senza una cornice di garanzie.
A Pomezia come a Colleferro, a Fiuggi come a Fonte Nuova, il timore è lo stesso: che la crisi venga gestita con una logica di riduzione, non di rilancio. E che alla fine, a pagare siano ancora una volta i dipendenti.
Adesso la palla passa ai ministri: Governo chiamato a scegliere
Con l’interrogazione depositata alla Camera dei Deputati, il tempo delle sole trattative aziendali è finito. Ora la vertenza è entrata in un circuito istituzionale che obbliga il Governo a esprimersi.
I Ministri del Lavoro e del Made in Italy sono chiamati a chiarire se intenderanno attivare strumenti di tutela e se possano esistere margini per vincolare eventuali subentri alla salvaguardia occupazionale.
Il punto non è solo evitare licenziamenti. È impedire che una crisi gestita “a pezzi” diventi un precedente, un modello replicabile, una strategia di smobilitazione normalizzata. Pomezia, oggi, è il banco di prova per tutto il Paese.
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