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Creata con l'Intelligenza Artificiale

L’immagine dei ‘Castra Albana’ che fa discutere Albano. La visione di Stefano Bocci

Albano, i Castra Albana ricreati con l'ausilio dell'Intelligenza Artificiale

Albano, i Castra Albana ricreati con l'ausilio dell'Intelligenza Artificiale

Un antico disegno dell’accampamento della Seconda Legione Partica, un luogo che ancora oggi affiora tra le pietre del centro storico di Albano Laziale, e una tecnologia capace di trasformare la memoria in immaginario condiviso: è da qui che nasce l’immagine “virale” dei Castra Albana, diventata in pochi giorni molto discussa sui social network.


Dietro quella ricostruzione suggestiva non c’è un trucco né una scorciatoia, ma lo sguardo di Stefano Bocci, giovane architetto biofilico, che usa l’intelligenza artificiale come strumento di lavoro e di racconto, senza mai perdere il contatto con le fonti e con il senso del progetto.

Stefano Bocci, architetto di Albano
Stefano Bocci, architetto di Albano

Il contesto storico

Settimio Severo, imperatore romano dall’anno 193 dopo Cristo, giunto al potere, non fidandosi dei pretoriani, decise di triplicare il numero di legionari di stanza nell’Urbe e, fatto assolutamente innovativo nella storia dell’Impero, stanziò la Seconda Legione Partica, costituita da 6.000 soldati che avevano combattuto sotto il suo comando nella guerra contro i Parti, a circa 20 chilometri da Roma, nell’area dell’attuale centro storico della città di Albano Laziale.

I Castra Albana

Albano, i Castra Albana ricreati con l'ausilio dell'Intelligenza Artificiale
I Castra Albana, tra l’Anfiteatro nella parte alta e le Terme di Caracalla nella parte bassa

L’edificio in basso, esterno all’accampamento, rappresenta le Terme di Caracalla costituite da tre piani, di cui quello inferiore con funzione di sostruzione e adibito ad ambiente di servizio, mentre gli altri due piani si articolavano in grandi aule, pavimentate con marmi e mosaici.

Questo imponente complesso edilizio fu fatto costruire dall’imperatore Caracalla per aggraziarsi i soldati della Legio II Partica, fedeli alle volontà testamentarie dell’imperatore Settimio Severo, in rivolta dopo l’uccisione del fratello Geta.

L’antico edificio, trasformato nel medioevo in roccaforte, fu nel corso dei secoli utilizzato dalla popolazione per realizzare abitazioni private che portarono alla nascita del quartiere di Cellomaio (da cella major).

Albano, quartiere Cellomaio
Albano, quartiere Cellomaio

Sui resti di una grande aula delle terme, nel VI secolo venne edificata la chiesa di San Pietro: il più antico luogo di culto dei Castelli Romani.

Le porte dei Castra e l’Anfiteatro

Dopo le terme e la Via Appia si trova la porta principale dell’accampamento (Porta Pretoria): la più importante e monumentale dei quattro accessi di cui era fornito l’accampamento, i cui resti oggi si trovano davanti al Palazzo Comunale di Albano Laziale.

Rigorosamente costruita in opera quadrata, la Porta Pretoria è larga 36 metri e alta 14, costituita da tre fornici protetti ai lati da due avancorpi o torri rettangolari.

Si suppone che fosse articolata su due piani con rampe di accesso ai piani superiori fatte di legno.

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Il fornice centrale, il più largo, era destinato al passaggio dei carri, della cavalleria e dei soldati in assetto di guerra, mentre i due fornici laterali erano riservati al passaggio dei pedoni.

Albano, Porta Pretoria
Albano, Porta Pretoria

Salendo per la strada principale castrum (Via Pretoria), l’edificio quadrato sulla sinistra identifica le Piccole Terme che trovano nei pressi della Porta Principale destra.

Da lì partiva una strada (Via Principale) che tagliava l’accampamento sino alla Porta Principale Sinistra (ancora visibile lungo via Castro partico).

Albano, la Porta Principale sinistra Castrum
Albano, la Porta Principale sinistra del Castrum

Salendo lungo la Via Pretoria si arriva al Foro e, ancora più in alto, al grande edificio (Pretorio).

Qui c’era una strada che tagliava orizzontalmente l’accampamento (Via Quintana) che collegava le due porte con le Torrette di guardia (quella di destra è ancora visibile nei pressi del Liceo Classico U. Foscolo).

Nella parte alta dell’accampamento (nell’area oggi occupata da piazza San Paolo) si trovava la Porta Decumana e all’interno gli alloggi dei soldati e la grande cisterna dell’accampamento (i Cisternoni).

Esternamente al castrum troviamo l’Anfiteatro Severiano, costruito nella metà del III secolo, che poteva contenere ben sedicimila spettatori e che ospitava i tanto amati combattimenti tra gladiatori.

L'anfiteatro severiano ad Albano Laziale
L’Anfiteatro severiano di Albano Laziale

L’anfiteatro severiano in molti scritti e cartografie, incisioni e disegni antichi è stato spesso chiamato il “piccolo Colosseo“.

Una ricostruzione in evoluzione

Il disegno originale, alla base dell’elaborazione con l’Intelligenza Artificiale, risale a una ventina di anni fa e quindi non tiene conto degli studi che hanno stabilito che il recinto murario non aveva torri angolari, le porte principali erano a un solo fornice, non a tre, affiancato da due torri, non esisteva il vallo esterno al recinto e, infine, le baracche erano disposte parallelamente ai lati lunghi.



Intervista a Stefano Bocci

Stefano è figlio di Maurizio Bocci, autore di numerosi libri sulla storia locale.

In questa intervista, Stefano Bocci spiega con chiarezza perché l’AI non è un sostituto della competenza, ma un amplificatore del pensiero: utile per esplorare scenari, dare forma alle intenzioni e rendere accessibile ciò che spesso resta chiuso nei libri o nelle tavole tecniche.

E mette in guardia dagli errori più comuni — dalla “bellezza senza verità” alla pigrizia del primo risultato — ricordando che la creatività, come la tutela dei luoghi, resta prima di tutto una responsabilità umana.


Stefano Bocci, architetto biofilico e utilizzo consapevole dell’intelligenza artificiale

D. Stefano, come mai ti diletti a rielaborare temi legati alla storia dei Castelli Romani?

R. È una passione che nasce da lontano e che ha anche una dimensione familiare. Mio padre si occupa da sempre di storia locale e molte delle rielaborazioni che ho fatto, dai Castra Albana al villaggio palafitticolo delle Macine fino alle navi di Caligola, partono da fonti, disegni e materiali già pubblicati e frutto di ricerche precedenti.

Ricostruzione del villaggio palafitticolo delle Macine presso il lago Albano
Ricostruzione del villaggio palafitticolo delle Macine presso il lago Albano

Quello che mi interessa, però, non è “reinventare” la storia, ma renderla più leggibile e accessibile.

L’intelligenza artificiale, se affiancata a uno studio serio delle fonti e a un lavoro critico, permette di ampliare la portata di questi contenuti.

Consente di trasformare dati e ricostruzioni specialistiche in immagini e narrazioni comprensibili anche a chi non ha una formazione specifica, soprattutto ai più giovani.
In questo modo la storia può essere qualcosa di meno distante.

Diventa più facile creare empatia con i luoghi, riconoscersi in ciò che è stato e capire perché vale la pena conservarlo.

È anche uno strumento per sensibilizzare sul tema della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale, riportando queste eredità storiche dentro una dimensione di cittadinanza attiva, sentita e condivisa.


D. Tu sei un architetto biofilico, ci puoi spiegare l’essenza del tuo lavoro?

R. Il mio lavoro nasce dall’idea che l’architettura debba far stare bene le persone che la vivono, ma anche avere un impatto ridotto sull’ambiente e, quando possibile, contribuire a migliorarlo.

Progettare oggi significa tenere insieme benessere umano e responsabilità ambientale.

L’architettura biofilica parte da qui, dal riconoscere che l’essere umano ha un legame profondo e biologico con la natura, anche quando vive in contesti urbani o artificiali.

Nel mio studio BIOMA questo principio diventa un metodo.
Progetto spazi mettendo al centro luce naturale, materiali naturali o riciclati, rapporto con il verde, ma anche proporzioni, silenzio, ritmo e qualità percettiva degli ambienti.

Non si tratta di aggiungere elementi naturali come decorazione, ma di costruire ambienti che dialoghino con il corpo, con la mente e con il tempo. BIOMA nasce proprio da questa integrazione: natura, benessere e tecnologia che lavorano insieme per creare spazi più sani, più confortevoli e più responsabili.


D. Come utilizzi l’intelligenza artificiale nel tuo lavoro di architetto?

R. Utilizzo l’intelligenza artificiale come uno strumento di supporto al progetto, non come un sostituto.

Nel lavoro quotidiano di BIOMA l’AI non serve tanto a “fare più veloce”, quanto a lavorare meglio: a esplorare più strade, verificare più ipotesi e rendere il processo progettuale più lucido e intenzionale.

La uso soprattutto nella fase concettuale, quando sto definendo la direzione di un progetto. Mi aiuta a testare scenari, atmosfere, relazione tra luce, materiali e natura, e a capire più rapidamente quali soluzioni hanno senso rispetto agli obiettivi di benessere e sostenibilità. È un modo per aumentare la qualità della ricerca iniziale, non per saltare i passaggi.

Un secondo ambito è la comunicazione.

L’architettura spesso viene fraintesa perché molte scelte progettuali sono difficili da immaginare su carta.

L’AI mi aiuta a rendere visibili certe intenzioni: il tipo di comfort, l’identità dello spazio, la presenza del verde, l’impatto percettivo dei materiali. Questo migliora il dialogo con il cliente e rende le decisioni più consapevoli da entrambe le parti.

Infine, la uso come strumento di sperimentazione e ricerca, anche per costruire linguaggi visivi e testare interpretazioni. Sempre partendo da vincoli reali, fonti e obiettivi chiari.

La parte decisiva resta umana: l’AI può amplificare il pensiero progettuale, ma non può sostituire responsabilità, cultura del progetto e capacità di giudizio.

L’intelligenza artificiale affianca il pensiero progettuale, lo rende più fluido e più aperto, ma la direzione resta sempre nelle mani del progettista.


D. Secondo te qual è il modo “intelligente” di usare l’intelligenza artificiale?

R. Il modo intelligente di usare l’intelligenza artificiale è trattarla come un amplificatore del pensiero, non come un sostituto.

Funziona bene quando hai già una direzione, delle conoscenze sull’argomento e un criterio decisionale.

In quel caso l’AI ti aiuta a esplorare più alternative, a mettere alla prova ipotesi, a vedere più chiaramente le conseguenze di una scelta.
Se la guidi con responsabilità, può aprire strade nuove.


D. Quali sono gli errori più comuni che si fanno nell’uso dell’intelligenza artificiale?

R. Gli errori più comuni, secondo me, sono quattro.

Il primo è delegare tutto all’AI, come se bastasse un prompt vago per risolvere tutto.
In realtà l’AI può produrre output, ma non può sostituire la capacità di definire obiettivi, leggere un contesto, gestire vincoli e prendere decisioni responsabili.

Il secondo è confondere estetica e progetto. Un’immagine può essere suggestiva e funzionare benissimo sui social, ma non racconta se uno spazio è vivibile, funzionale, sostenibile, realizzabile o coerente con un budget. Il rischio è innamorarsi dell’effetto e perdere il senso del progetto.

Il terzo è non verificare le fonti e i dati, soprattutto quando si lavora su contenuti storici, tecnici o scientifici. L’AI può generare errori molto credibili. Se non c’è controllo, si finisce per diffondere imprecisioni che poi diventano “verità” per chi guarda.

Il quarto è usare l’AI senza spirito critico, accettando il primo risultato come buono. In un processo serio, invece, l’output è materiale grezzo: va selezionato, corretto, messo in relazione con vincoli reali e con un’idea progettuale. Sono necessari più passaggi di controllo e affinamento per arrivare al risultato.

Il problema non è l’AI. Il problema è usarla come scorciatoia. Quando invece è dentro un metodo, diventa uno strumento potente e molto utile.


D. C’è il rischio che l’intelligenza artificiale impoverisca la creatività?

R. Il rischio esiste solo se smettiamo di essere curiosi, critici e consapevoli.

Se usata nel modo giusto, può avere l’effetto opposto: amplifica la creatività, perché ti permette di esplorare più rapidamente alternative, di vedere connessioni che magari non avresti visto subito e di mettere alla prova idee in tempi brevi.

La differenza la fa l’intenzione. Se hai una direzione, un immaginario, un metodo, l’AI diventa un acceleratore di ricerca. Se non hai una direzione, l’AI tende a portarti verso soluzioni standard e riconoscibili, quindi più “banali”.

Per me la creatività resta una responsabilità umana, una capacità di dare senso, di fare scelte, di rinunciare a qualcosa per essere coerenti. L’AI può essere uno strumento, ma la mano e la testa che lo guidano devono restare le proprie.


D. Un consiglio a chi si avvicina oggi all’intelligenza artificiale?

R. Il consiglio che darei è: studiare e sperimentare, ma senza fretta.

L’AI è affascinante e dà risultati rapidamente, quindi è facile fermarsi all’effetto.

Se si vuole usarla davvero bene, bisogna sapere a fondo cosa si sta facendo, perché e quali sono i limiti dello strumento.

Serve allenare due cose insieme: la conoscenza sul tema che si sta trattando e lo spirito critico sul risultato ottenuto. Non prenderlo come “verità assoluta”, trattarlo come materiale da verificare, correggere e integrare.

In sintesi: curiosità ed entusiasmo ma con responsabilità e consapevolezza.


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