Nell’aula della Corte d’Assise di Frosinone, la seconda udienza del processo per l’omicidio di Nahid Miah ad Ardea si è trasformata quindi in un confronto duro tra versioni inconciliabili, dolore dei familiari e riscontri investigativi.
La rapina e l’omicidio ad Ardea
I fatti risalgono al 27 maggio 2025, quando il gestore di un distributore di carburante alla periferia di Ardea venne ucciso durante una rapina.
Aveva 36 anni, due figli piccoli, una vita scandita dal lavoro e dalla famiglia. Per quel delitto è imputato Marco Adamo, oggi 19enne, che all’epoca dei fatti aveva da poco compiuto 18 anni.
L’accusa è di omicidio volontario aggravato da rapina a mano armata e dall’uso del volto coperto.
Le testimonianze e la rivelazione
L’udienza si è snodata tra testimonianze cariche di tensione emotiva. A parlare sono stati i familiari dell’imputato e la vedova della vittima, chiamati a ricostruire i giorni che hanno preceduto e seguito il 27 maggio.
Le domande sono arrivate dai giudici togati e popolari, dalla pubblica accusa, dalla difesa e dai legali delle parti civili, che rappresentano i due bambini rimasti senza padre e la moglie di Nahid.
È emerso il ritratto di un ragazzo in difficoltà, reduce da un litigio con il padre che lo aveva portato a lasciare casa e a trasferirsi dalla sorella.
C’è stata poi una rivelazione molto importante ai fini processuali: la sera prima dell’omicidio, secondo quanto riferito in aula, aveva confidato alla fidanzata che l’indomani sarebbe accaduto qualcosa di “eclatante”. Un presagio che, col senno di poi, pesa come un macigno.
Il giorno della rapina
La mattina successiva Adamo si sarebbe messo in moto su uno scooter rubato nei giorni precedenti, portando con sé un coltello a serramanico dalla lama lunga. Prima di entrare in azione, è passato più volte davanti al distributore.
Poi l’avvicinamento, il contatto con la vittima, la rapina finita nel sangue.
È su quei minuti che le versioni si dividono.
Due racconti opposti
Nel primo racconto, quello reso durante l’interrogatorio di garanzia, l’imputato aveva ammesso di aver colpito Nahid con violenza dopo una reazione di scherno alla richiesta di denaro.
Invece, davanti alla Corte, ha invece ridimensionato il proprio ruolo: secondo questa nuova versione, la ferita mortale sarebbe stata causata da una caduta accidentale della vittima su un gradino, con la lama che avrebbe provocato una lacerazione fatale al petto.
In sostanza, non l’avrebbe ucciso lui il benzinaio.
Una ricostruzione che appare in netto contrasto con quanto emerso dalle indagini.
Le prove e le immagini
I Carabinieri, intervenuti con un’indagine rapida e coordinata, hanno raccolto immagini di videosorveglianza e riscontri tecnici che raccontano una dinamica diversa.
Nahid non sarebbe morto sul colpo: dopo l’aggressione avrebbe tentato di allontanarsi, cercando una via di fuga prima di accasciarsi al suolo.
Solo in quel momento avrebbe consegnato il portafoglio, con all’interno circa 570 euro.
Proprio le immagini hanno portato gli investigatori all’identificazione dell’imputato, riconosciuto per un tatuaggio ben visibile: due ali d’angelo sul collo.
Al termine delle deposizioni, il quadro probatorio appare ormai delineato.
La pubblica accusa ha chiesto di procedere verso la fase conclusiva, ma la Corte ha deciso di fissare una nuova udienza il 4 marzo, quando il processo entrerà nel vivo del dibattimento finale.
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