L’indicazione è “tassativa” e ha anche “valenza disciplinare” per chi non ottemperasse a tale scadenza.
Il messaggio è chiaro: chi non obbedisce rischia pesanti sanzioni disciplinari.
La richiesta però includerebbe anche dimissioni considerate “incomplete” per natura, come quelle in attesa di controlli o, soprattutto, di referti istologici, che sono ad esempio quegli esami che chiariscono se un paziente ha un tumore o no.
Le cartelle aperte sballano tutte le statistiche
Il punto non è un cavillo per addetti ai lavori: al centro c’è la Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO), parte integrante della cartella clinica e documento con valenza medico-legale.
È, insieme, sintesi clinica e “debito informativo” verso la Regione e il Ministero: uno strumento nato per finalità amministrative, ma ormai fondamentale per programmazione sanitaria, monitoraggio dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e perfino analisi di esito.
Traduzione: la SDO non è più solo un foglio. È un indicatore, un tracciato, un numero che pesa sulle statistiche e sulla percezione di efficienza.
Dimissioni veloci più importanti di diagnosi esatte
Nel testo inviato ai medici emerge un nervo scoperto: l’ospedale è spinto a ridurre la degenza e aumentare il turnover, “scaricando” sul territorio controlli, medicazioni e follow-up. Ma il personale resta lo stesso.
Il paradosso è ‘chirurgico’: si dimette prima, però si continua a “tenere in carico” il paziente dopo, mentre in corsia si accumulano nuovi ricoveri.
In questo scenario, la chiusura delle Schede diventa il cronometro con cui si misura l’attività: non la diagnosi più corretta, ma la ‘pratica’ burocratica più veloce.
La ‘bravura’ di un ospedale viene così misurata nella sua velocità a dimettere i pazienti, non nella capacità di curarli!
Dimissioni anche se ancora non si sa se si è malati
Il punto più delicato è la richiesta di chiudere anche senza referto istologico. E qui la faccenda smette di essere burocrazia e diventa clinica, in particolare oncologica.
Un referto istologico richiede preparazione dei campioni, lettura, spesso colorazioni speciali e interpretazioni complesse: non è “sollecitabile” come la compilazione di un semplice modulo.
Anzi, in procedure ospedaliere si prevede esplicitamente la possibilità di posticipare la chiusura proprio in attesa dell’istologia, per garantire completezza documentale.
Se invece la regola diventa “chiudi comunque”, la domanda non è tecnica: chi si assume il rischio clinico e medico-legale?
E il cittadino rischia di trovarsi dimesso senza essere sicuro di aver ottenuto una diagnosi esatta o quantomeno completa, ma certamente veloce.
Indicatori che seducono, ma non raccontano tutto
Nei corridoi della Asl Roma 6, alcuni medici denunciano un’altra distorsione della richiesta inviata dalla Direzione Asl Roma 6: gli indicatori “vincenti” possono trasformarsi in una gara di numeri.
Un reparto può risultare brillante su una metrica (interventi, tempi, volumi) e restare opaco su ciò che conta davvero: complicanze, riammissioni, continuità assistenziale, esiti reali.
Il Ministero stesso ricorda che i dati SDO alimentano grandi strumenti di valutazione come il Programma Nazionale Esiti.
Ma se l’ospedale viene giudicato come una fabbrica, l’assistenza rischia di diventare “accessoria” rispetto alla produzione.
“Siamo medici o ragionieri?” Il bivio che la sanità non può ignorare
L’accusa dei sanitari – nei corridoi della Direzione Sanitaria della Asl Roma 6 – si chiude con una domanda che sembra il titolo di un film: “Siamo uomini o caporali? Siamo medici o ragionieri?”.
Perché se la SDO viene trattata come una fattura da chiudere in tempi contabili, allora servirebbe un contabile, non un clinico.
Ma finché la SDO resta (com’è) una sintesi del percorso diagnostico-terapeutico destinata anche al medico curante e ai servizi territoriali, la tempistica deve rispettare la realtà della medicina: quella che vive di referti, passaggi, incertezze e verifiche.
Il rischio, altrimenti, è semplice e feroce: vincere sui numeri e perdere sui pazienti.
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