Parliamo di una piccola porzione di terreno incastrato tra varie abitazione in via del Boschetto, a due passi dall’importante arteria di via XXV Maggio.
Su quel terreno, infatti, vige un livello di tutela con destinazione ‘edificio di culto’. I proprietari hanno chiesto allo Stato di sciogliere quel vincolo e lo Stato (Ministero dell’Interno e Prefettura di Roma) non ha risposto. Da questo silenzio è partito il ricorso, a cui è seguita una sentenza che impone 30 giorni allo Stato per decidere.
Ora la palla passa allo Stato, con un conto alla rovescia ufficiale, come stabilito da una sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio del 26 gennaio.
La richiesta allo Stato
Per riassumere la vicenda, il cuore della disputa è questo.
In un’area dove avrebbe dovuto esserci una chiesa (o comunque un luogo con valore religioso e identitario), oggi c’è una casa privata. Chi ha realizzato l’immobile rivendica la legittimità del percorso seguito e vuole sanare definitivamente la questione.
Con una istanza in data 16 settembre 2025 gli attuali ‘occupanti’ dell’immobile hanno chiesto:
“l’avvio del procedimento di affrancazione del diritto di livello a favore del Fondo per gli Edifici di Culto, chiedendo alternativamente che venisse comunicato se il terreno e la proprietà in questione fossero già affrancati, oppure di procedere all’affrancazione, allegando tutta la documentazione disponibile”.
Il Ministero dell’Interno ha girato la patata bollente alla Prefettura di Roma – Ufficio attività contrattuale.
Cos’è l’affrancazione
“Affrancazione dal diritto enfiteutico” sono parole difficili da comprendere, perché molto tecniche, ma rappresentano quella che potrebbe essere la soluzione del caso.
L’affrancazione del diritto di livello “a favore del Fondo per gli Edifici di Culto (FEC)” è il procedimento con cui chi oggi usa e possiede di fatto il terreno (il “livellario” o enfiteuta) chiude definitivamente il vecchio rapporto pagando una somma allo Stato, che è il soggetto titolare del diritto “superiore” sul bene.
Cerchiamo di riassumere in maniera più semplice: finora non eri il proprietario ufficiale e dovevi pagare un canone, perché sopra la tua testa c’era ancora un diritto storico del Fondo; ora con l’affrancazione lo compri e diventi proprietario pieno.
In concreto si presenta un’istanza all’amministrazione che gestisce il patrimonio FEC, si dimostra il titolo e l’esistenza del livello, si determina il capitale di affrancazione (cioè quanto bisogna versare per estinguere il canone e il vincolo), si paga, e poi si formalizza l’atto finale che cancella il “peso” dall’immobile e aggiorna i registri.
Risultato: niente più canone, niente più domini divisi, e il bene diventa finalmente “libero” dal livello.
Stato-cittadini: due visioni opposte
La Prefettura di Roma alla richiesta dei ricorrenti aveva affermato che:
“l’istanza dei ricorrenti di affrancazione sarebbe stata in contrasto con la documentazione d’ufficio a loro disposizione e che i richiedenti non avrebbero ancora risposto integralmente a due richieste preistruttorie del 2024”.
dal canto loro i ricorrenti
“ribadivano la completezza della documentazione trasmessa e invitavano formalmente l’Amministrazione a definire il procedimento di affrancazione, adottando il relativo provvedimento”.
Da quel momento, silenzio assoluto: da Roma non è arrivata più nessuna risposta.
La richiesta: rispondete o sarete commissariati
Visto il silenzio dello Stato, gli attuali occupanti dell’immobile hanno deciso di rivolgersi al TAR del Lazio, presentando una ricorso dove si chiede:
“che si dichiari l’illegittimità del silenzio inadempimento serbato dalla Pubblica Amministrazione e che venisse loro comunicato se il terreno e la proprietà in questione fossero già affrancati, oppure di procedere all’affrancazione dello stesso”;
e se Ministero e Prefettura dovessero ancora non rispondere, i ricorrenti chiedono anche ai giudici
“che si accerti l’obbligo della Pubblica Amministrazione di provvedere con provvedimento espresso e che si nomini un Commissario ad acta, in caso di perdurante inerzia”.
In pratica lo Stato è invitato a chiudere la vicenda, o sarà un Commissario a subentrare nella decisione.
La decisione dei giudici
Il Tribunale amministrativo ha dato ragione ai cittadini, tirando le orecchie alla Prefettura di Roma e ordinando
“all’Amministrazione di provvedere, concludendo il procedimento con l’adozione di un provvedimento espresso nel termine di 30 giorni”.
I giudici hanno minacciato anche di commissariare la Prefettura se questa non chiuderà la pratica entro un mese. Come dire: o chiudete la pratica o nominiamo noi chi decide al posto vostro.
Una storia non chiusa
Bisogna però interpretare bene la sentenza. I cittadini ricorrenti hanno ottenuto che la Prefettura debba pronunciarsi, non che lo debba fare a loro favore.
Certo, ora qualche dirigente di quell’ufficio della Prefettura dovrà o accettare le richieste o negarle, motivandole però e sapendo che, sicuramente, gli attuali occupanti dell’immobile oggetto della diatriba, in caso di parere negativo, porteranno nuovamente la questione in Tribunale.
Insomma, la vicenda si è sbloccata, ma potrebbe essere ancora lontana dalla sua conclusione.
Non è un caso isolato
Circa due anni fa abbiamo riportato di un caso simile (non uguale, però) avvenuto ad Aprilia. Quella volta a contendere il terreno destinato a luogo di culto era stato un supermercato.
Solo per la cronaca, il supermercato ancora non è stato costruito e non si ha notizia del punto a cui sia arrivato l’iter burocratico per risolvere la vicenda.

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