Venerdì 30 gennaio 2026 il Consiglio comunale di Pomezia è stato convocato in seduta straordinaria e, tra le interrogazioni, spunta la questione che riaccende i riflettori sull’area ex Telecom: autorizzazione dell’enorme capannone e valutazioni sull’iter.
La questione quindi non è più solo un fascicolo ‘chiuso’ e archiviato in Comune a Pomezia, ma torna una questione pubblica.
L’area ex Telecom: quale colosso produttivo?
L’ex complesso Telecom abbandonato dopo vari decenni si prepara a sparire per lasciare spazio a un unico nuovo fabbricato gigante.
Un’operazione che, nelle carte, ha tutto il profumo della logistica: magazzini, depositi, movimentazione, camion. E quando si parla di Roma sud, certe parole non restano mai neutre: portano con sé traffico, rumore, pressione sulle strade, e una domanda semplice che la città ripete da anni: a chi conviene davvero?
I numeri che fanno tremare i polsi (e le strade)
Qui non si discute di un capannone qualunque. Parliamo di un intervento che punta a un corpo unico da circa 36.000 metri quadrati coperti: più di 3 ettari e mezzo sotto lo stesso tetto.
Per dare un’idea, siamo nella fascia dei colossi, uno dei più grandi insediamenti del quadrante. Il lotto, poi, è una piccola città: oltre 95.000 metri quadrati di superficie complessiva. Non è solo una “trasformazione”, ma è un cambio di scala.
Il trucco della “rigenerazione”: più metri, stessi impatti?
L’operazione si regge anche su un meccanismo tanto comodo quanto controverso: la rigenerazione urbana, che qui diventa soprattutto un moltiplicatore di superficie.
Con un premio del +10% di copertura, la demolizione dei vecchi edifici dismessi si trasforma in un capannone più grande, più compatto, più “efficiente”.
Sulla carta: ordine, modernità, recupero. Nella realtà: un magnete per flussi di mezzi, turni, piazzali e logiche da hub. E la politica, adesso, vuole capire se i passaggi sono stati davvero lineari o solo velocissimi.
Bonifiche, prescrizioni e il grande punto cieco: “cosa ci faranno dentro?”
Nei documenti si parla di bonifiche già eseguite (anche con riferimenti alla rimozione di materiali contenenti amianto) e di verifiche preventive sul sottosuolo.
E sul fronte ambientale, l’indicazione più pesante è questa: niente VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) completa, ma prescrizioni da rispettare nei successivi atti. Insomma, non un “liberi tutti”.
Eppure resta inevasa la domanda più ingombrante: che attività ospiterà davvero quel gigante? Una sola azienda? Più operatori? Magazzini e trasporti?
Le destinazioni d’uso consentite sono ampie. Ma la città non vive di formule, vive le conseguenze.
La vera partita è sui controlli, non sui rendering
La domanda che torna in aula il 30 gennaio non è un dettaglio procedurale: è un segnale.
Un sorriso più radioso col "Trattamento illuminante" in un solo appuntamento
Se un progetto che “appariva concluso” torna al centro delle verifiche comunali, significa che c’è chi teme le zone grigie o, almeno, pretende trasparenza.
E allora la partita si sposta dove è meno chiara: chi controllerà, passo dopo passo, che prescrizioni e condizioni non restino solo carta?
E soprattutto: qual è il piano su viabilità, accessi, mezzi pesanti, parcheggi, rumore e gestione delle acque legato al nuovo gigante a Roma-sud?
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