L’aumento nei decenni delle zone residenziali, delle strutture turistiche e delle aree adibite a coltivazioni ha fatto sì che le zone boschive si siano ritirate, fino a rimanere delle macchie sparse qua e là nei crateri vulcanici.
Con questa pressione sul territorio, il Parco dei Castelli Romani sta man mano perdendo quella che è la sua principale caratteristica e risorsa: il paesaggio boschivo.
Taglio di alberi, 85 ettari in 2 mesi
Ai Castelli Romani, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 è arrivata anche una serie di via libera ai tagli cedui di alberi che, sommati, portano a circa 85 ettari netti di bosco interessati nel Parco dei Castelli Romani, tra Rocca di Papa, Lariano e Velletri.
Le località interessate, che compaiono nero su bianco, sono:
- Colle Ceraselle,
- Carmignana (II lotto),
- Colle Santa Lucia,
- Colle degli Olmi (più i fascicoli già noti su Molara, Colle Fornace e Peschio).
In almeno due casi il procedimento si è chiuso anche con silenzio-assenso.
4 ok in 3 giorni a Lariano, Velletri e Rocca di Papa
Gli ultimi atti pubblicati dalla Città metropolitana di Roma raccontano un’accelerazione netta: in tre giorni (26–28 gennaio 2026) vengono “chiusi” 4 procedimenti di utilizzazione forestale, quasi tutti su castagneti governati a ceduo matricinato.
Il pacchetto più pesante è a Lariano, con 21,65 ettari a Carmignana (II lotto) e 13,32 ettari a Colle Santa Lucia, quest’ultimo formalizzato come taglio intercalare di dirado e concluso in regime di silenzio-assenso.
Poi Velletri, con 20,06 ettari a Colle degli Olmi.
Infine Rocca di Papa, a Colle Ceraselle: qui la superficie “netta” indicata è 3,80 ettari, dentro una particella catastale complessiva ben più ampia.
Il totale dei tagli al Parco dei Castelli Romani
Da soli, gli atti di gennaio arrivano a circa 58,8 ettari netti. Ma nello scorso dicembre sono emersi altri via libera: Colle Fornace (10,12 ha) e Peschio (5,50 ha) a Velletri, più Molara (10,32 ha) a Rocca di Papa, con un altro procedimento chiuso tramite silenzio-assenso. Totale: circa 84,8 ettari.
E parliamo di un’area che è protetta e che, per estensione, si muove su numeri importanti: un parco di circa 15–16 mila ettari.
Nel 2025 già altri 100 ettari
Il punto che risalta e preoccupa maggiormente, però, è il trend.
Dopo l’ondata di autorizzazioni a cavallo tra dicembre e gennaio, infatti, affiora un dato ancora più ingombrante: nel 2025 (dicembre escluso) — scorrendo gli atti pubblicati e ricostruendo i fascicoli — risulterebbero già autorizzati circa altri 100 ettari di tagli nel perimetro del parco, sempre in larga parte riconducibili al ceduo.
E qui arriviamo al tema centrale della discussione.
Non è un singolo intervento a cambiare il volto di un bosco: è la frequenza, la ripetizione, la somma che costruisce la sensazione di “pressione” sul territorio.
Cosa significa davvero “taglio ceduo” (e perché divide)
Sul piano formale, gli atti si muovono dentro un perimetro normativo preciso: la Legge Regionale 39/2002 e il Regolamento regionale 7/2005 inquadrano la gestione forestale e gli interventi colturali, fissando criteri e modalità operative.
Ma la parola “taglio” resta una parola pesante. Nel ceduo di fine turno si abbatte gran parte dei polloni (germogli), lasciando matricine e piante da conservare. È selvicoltura, non “deforestazione” in senso tecnico; eppure, per mesi (a volte anni) il paesaggio può apparire “spogliato”, con effetti percepiti su suolo, sentieristica, fauna e fruizione.
Tutto legittimo, ma…
È qui che la vicenda si fa politica nel senso più concreto.
Quanta pressione può reggere un parco senza incrinare il patto di fiducia con chi lo vive?
La gestione programmata è legittima, spesso necessaria, talvolta persino utile alla resilienza del bosco. Ma quando i via libera si concentrano “a raffica”, tra comunicazioni, autorizzazioni e silenzi-assenso, il rischio è un altro: che la sostenibilità resti tutta nelle carte e la soglia sociale — quella della percezione collettiva di equilibrio — venga superata.
E allora è giusto porsi la domanda: “si sta esagerando?”
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