Il PAUR è il Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale ed è uno strumento amministrativo introdotto per semplificare e unificare in un unico atto tutte le autorizzazioni necessarie, al fine di velocizzare le procedure per progetti complessi e impattanti.
Questa pratica speciale è stata adottata per il via libera all’inceneritore varato dal sindaco Gualtieri il 16 gennaio 2026. Parliamo di un enorme impianto brucia-rifiuti che dovrebbe sorgere a Roma-Santa Palomba, Municipio IX di Roma, ma proprio a ridosso dei comuni di Albano, Ardea, Pomezia e Ariccia.
La denuncia delle associazioni riguarda la “copertura idrica” e quattro pozzi che – secondo i querelanti – danneggerebbero enormemente la già martoriata e sofferente falda idrica dei Colli Albani.
Una questione che tocca il quadrante tra Roma, Pomezia, Ariccia, Albano Laziale, Castel Gandolfo e Nemi, un’area dove dal 2009 è vietato scavare pozzi a causa di una crisi idrica drammatica che sta erodendo i laghi Albano e di Nemi, simboli del Parco dei Castelli Romani.

Querela: quattro sigle puntano il cuore del provvedimento
A muoversi sono state quattro associazioni del territorio:
- Salute Ambiente Albano,
- Pavona per la Tutela della Salute,
- Latium Vetus,
- Comitato di Quartiere Santa Palomba.
Nella loro ricostruzione, il PAUR non è solo “un via libera”: è un atto che, per come scritto e assemblato, conterrebbe contraddizioni gravi sul nodo più sensibile di tutti, l’acqua.
Il punto non è tecnico, è politico, sanitario, territoriale. E per le associazioni è anche penale, tanto da chiedere acquisizioni, verifiche e consulenze in Procura.
Il giallo dei pozzi: una pagina “nega”, gli allegati “confermano”
Secondo la querela, nel PAUR del 16 gennaio accade l’impensabile: in prima pagina si afferma che i pozzi “non verranno realizzati” per rispettare la Delibera di Giunta regionale n. 445 del 16 giugno 2009, richiamata come barriera contro nuove perforazioni in area critica.

Ma, scrivono i denuncianti, lo stesso PAUR e i suoi allegati tornerebbero più volte (sei) a parlare di pozzi “da realizzare in situ”, al punto da includere anche una cartografia dedicata. Un cortocircuito che, per loro, non è una svista: è un “nodo decisivo”.
Si comincia a pagina 13 della stessa Ordinanza del 16 gennaio 2026 emessa dal Commissario nonché Sindaco di Roma Capitale Roberto Gualtieri

Il progetto, a pag 113, cerca di ovviare alla mancanza d’acqua ricorrendo a quella in uscita da un depuratore là vicino (togliendola all’agricoltura) e alle acque piovane, ma non può fare a meno al ricorso comunque a nuovi pozzi.

A pagina 120 della stessa Ordinanza a firma Gualtieri si torna a parlare di nuovi pozzi (che prima erano stati negati)

Anche nell’allegato all’Ordinanza, a pag. 56, si torna a parlare della realizzazione di pozzi che in realtà la Regione Lazio non ha mai autorizzato e che andrebbero a violare le norme esistenti.

La rettifica del 27 gennaio: la correzione che apre un nuovo fronte
Dopo la presentazione della denuncia, arriva il colpo di scena: il PAUR viene rettificato da Gualtieri (la pubblicazione dell’atto, avviene il 27 gennaio 2026, dodici giorni dopo l’autorizzazione del PAUR).
Nella nuova versione “corretta”, sostengono le associazioni, non si parla più di nuovi pozzi per raffreddare l’impianto.
L’acqua arriverebbe da quattro pozzi “preesistenti” in attività limitrofe, convogliata tramite condotte verso Santa Palomba. La contestazione, però, non si spegne: cambiare l’etichetta—“nuovi” o “esistenti”—non cambierebbe la sostanza, perché l’effetto sarebbe comunque un prelievo aggiuntivo e quindi uno “snaturamento” del bilancio idrico imposto in un’area già sotto stress estremo.
Facciamo un esempio per capire bene cosa si intende per “snaturamento di bilancio idrico”. In pratica si vuole prendere la titolarità di un pozzo che magari serve per lo sciacquone di un piccolo servizio igienico e lo si vuole utilizzare per attingere acqua per l’inceneritore da 600mila tonnellate. Non è proprio la stessa cosa!
La crisi idrica feroce: i dati che rendono l’acqua il vero campo di battaglia
Il contesto è noto. Per l’area dei Colli Albani e dei laghi Albano e Nemi esistono misure e perimetrazioni di tutela legate alle “aree critiche per prelievi idrici”, collegate alla DGR 445/2009.
E soprattutto ci sono i numeri: i cali del livello del lago Albano e Nemi sono drammatici.

È qui che la querela trova la sua forza narrativa: ogni riga “incerta” sui pozzi, in un territorio assetato, pesa come un macigno.
“Non è solo un errore”: le ipotesi di reato e le richieste alla Procura
Le associazioni chiedono di verificare ipotesi che vanno dalle falsità all’omissione di atti, fino ai reati ambientali (anche solo in forma tentata), e sollecitano una Commissione Tecnica idrogeologica per valutare localizzazione, impatto e compatibilità dei pozzi con i vincoli di tutela.
Sullo sfondo, la domanda che inchioda tutto: com’è possibile che un provvedimento così pesante per Roma e per i Castelli Romani abbia avuto bisogno di una rettifica lampo su uno dei suoi presupposti vitali, l’acqua?
Parliamo di un impianto che muoverà, se realizzato, una cifra mastodontica, vicina ai 7,5 miliardi di euro. Come si può averlo autorizzato con tutte quelle “sviste”?
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