La religiosa della Congregazione delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo è stata nominata Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal presidente Sergio Mattarella per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti.
Da dodici anni la religiosa opera come volontaria nel polo penitenziario di Rebibbia, che considera ormai come una vera e propria casa.
All’interno del carcere romano promuove corsi di scrittura e concorsi letterari, strumenti pensati per aiutare i detenuti a esprimersi meglio, a raccontarsi e a recuperare una dimensione di dignità personale spesso smarrita dietro le sbarre.
Suor Emma, originaria di Sabaudia: una vita per gli ultimi
Suor Emma ha espresso profonda gratitudine nei confronti del Capo dello Stato, riconoscendone l’attenzione costante verso il mondo carcerario e le difficili condizioni in cui vivono le persone private della libertà.
La sua vocazione per il carcere non nasce da un progetto pianificato, ma da un incontro quasi casuale. Tutto ebbe inizio anni fa durante la presentazione di un libro proprio a Rebibbia.
L’impatto iniziale fu forte: i lunghi corridoi, le porte che si aprivano e si chiudevano, l’atmosfera chiusa e opprimente. In un primo momento, anche i detenuti apparivano distanti e difficili da comprendere. Fu però l’ascolto delle loro storie personali a cambiare completamente prospettiva e a spingere la religiosa a scegliere di dedicare a loro la propria vita.
Suor Emma non manca di denunciare le gravi criticità del sistema carcerario italiano. Pur riconoscendo l’impegno del Presidente della Repubblica, evidenzia una sostanziale assenza dell’azione governativa.
Le condizioni di vita all’interno del carcere vengono descritte come drammatiche: celle fatiscenti, servizi igienici spesso non funzionanti, acqua fredda anche nei mesi invernali, sovraffollamento, mancanza di privacy e un diffuso senso di disperazione.
A tutto questo si aggiunge la delusione di molti detenuti che avevano sperato in un provvedimento di clemenza mai arrivato.
Il mondo del carcere vissuto da Suor Emma
Nel carcere, sottolinea la religiosa, le persone rischiano di perdere completamente la propria identità. Molti si sentono invisibili, ridotti a numeri o a oggetti senza valore.
Eppure, secondo suor Emma, si tratta di uomini e donne che avrebbero bisogno soprattutto di essere ascoltati e riconosciuti come persone. Molte vite, a suo avviso, potrebbero essere recuperate se non venissero lasciate sole e abbandonate a se stesse.
Accanto alla sofferenza, però, non manca la speranza. Una speranza spesso sostenuta da una fede profonda, che nasce proprio nel confronto con il dolore e con il passato.
La forza della fede anche in carcere
Tra i tanti episodi che porta nel cuore, la religiosa ricorda quello di un detenuto condannato all’ergastolo, segnato dal peso dei crimini commessi. Attraverso un cammino di ascolto e di riflessione, anche grazie al richiamo alla parabola evangelica del figliol prodigo, quell’uomo riuscì ad arrivare al perdono di sé e ad accettare il perdono di Dio, ritrovando una nuova pace interiore.
La storia di suor Emma Zordan racconta un impegno silenzioso e quotidiano, lontano dai riflettori, ma capace di incidere profondamente nelle vite degli altri. Un impegno che oggi viene riconosciuto dalla Repubblica come esempio concreto di umanità, giustizia e speranza, in un luogo dove, spesso, basta davvero poco – una parola, un ascolto, una presenza – per cambiare un destino.
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