Il primo atto è un’interrogazione a risposta scritta presentata il 25 luglio 2024 alla Camera dei Deputati dalla deputata Federica Onori (M5S).
Il secondo atto è stato depositato il 22 luglio 2025 al Senato della Repubblica dal senatore Marco Silvestroni (FdI).
Due atti distinti, il primo presentato da una deputata di opposizione, il secondo da un senatore di maggioranza, partiti diversi ma temi convergenti, con purtroppo un unico esito: entrambi risultano ancora senza risposta nelle banche dati parlamentari.
Un silenzio che pesa, perché riguarda l’acqua, cioè la tenuta stessa del territorio dei Castelli Romani. Un silenzio, anche, che non trova giustificazioni, sembra più dovuto a una scelta piuttosto che a una dimenticanza.
Zone umide al collasso: l’allarme partito dalla Doganella
L’interrogazione Onori nasce da segnalazioni locali e da sopralluoghi sul campo: le zone umide dei Castelli Romani versano in condizioni critiche.
Gli ex stagni della Doganella, situati a un passo dal campo pozzi Acea omonimo, hanno toccato livelli idrici minimi storici, con processi di eutrofizzazione avanzata che mettono a rischio anfibi e biodiversità.
Un ecosistema inserito nella Rete Natura 2000 che, senza interventi urgenti e strutturali, rischia di perdere funzioni ecologiche fondamentali. Il quesito al Ministero è semplice e diretto: cosa si intende fare, subito e nel lungo periodo?
Laghi che si svuotano: numeri, monitoraggi, scenari
La seconda interrogazione, a firma del senatore Silvestroni, allarga lo sguardo e mette in fila dati ufficiali.
Il Lago di Albano e il Lago di Nemi, cuori paesaggistici e turistici dell’area, mostrano un abbassamento progressivo e anomalo dei livelli idrici. Decine di centimetri in pochi mesi, con proiezioni che parlano di un metro nel biennio.
Non sembra essere legato alla mancanza di piogge quanto a un intero sistema sotto stress: la falda dei Colli Albani che si esaurisce a causa degli intensi prelievi e la politica che ritarda negli interventi.
Infrastrutture e prelievi: manutenzione o potenziamento?
Nel mirino finisce anche un intervento da oltre 2,3 milioni di euro sulla pompa che succhia acqua dal lago Albano e rifornisce undici comuni realizzato da ACEA S.p.A. Manutenzione straordinaria, si dice.
Ma il dubbio politico e tecnico è legittimo: si tratta solo di riparare o di aumentare la capacità di captazione? In un contesto di equilibrio idrogeologico già compromesso, ogni scelta infrastrutturale diventa decisiva e merita trasparenza, controllo, indirizzo nazionale.
Di sicuro, questi prelievi stanno ‘uccidendo’ i laghi Albano e Nemi.
L’ombra dell’inceneritore e la falda sotto pressione
Sul quadro già critico si proietta il progetto dell’inceneritore di Santa Palomba, area strategica ma sensibile, a ridosso di Albano, Ardea e Pomezia. Un impianto energivoro che, secondo timori diffusi sul territorio, attingerebbe alla stessa falda dei Colli Albani.
Senza entrare nel merito delle autorizzazioni, il nodo è politico e ambientale: quanta acqua resta disponibile e per quali priorità? La pianificazione non può procedere per compartimenti stagni.
Il silenzio che fa rumore: responsabilità e scelte mancate
Due interrogazioni, maggioranza e opposizione, un’emergenza riconosciuta da enti tecnici e territori. Eppure, nessuna risposta.
Tradotto: il Governo Meloni non chiarisce, non indirizza, non assume una posizione pubblica.
Nel frattempo, la crisi idrica avanza, gli ecosistemi arretrano e l’economia locale rischia il contraccolpo. L’acqua è un bene comune e una questione di sicurezza nazionale: ignorarla oggi significa pagare un prezzo molto più alto domani.
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