Parliamo di una produzione che soddisferebbe i fabbisogni energetici equivalenti a circa 7.000 utenze, ovvero circa un quarto delle famiglie di Pomezia.
Il progetto si chiama “Pomezia Rossi”, ne abbiamo già parlato in un articolo lo scorso maggio.
Sarà realizzato in zona Santa Procula, tra gli insediamenti produttivi, con un cantiere che potrà partire entro tre anni e un collegamento elettrico che non si ferma ai confini comunali.

Il “punto sulla mappa”: Santa Procula, Via di Valle Caia e la Tenuta delle Vittorie
Il cuore dell’intervento è in località Santa Procula, lungo Via di Valle Caia, in un’area descritta nei documenti come agricola ma vicina al perimetro industriale.
La superficie interessata è ampia, circa 15 ettari, l’equivalente di 30 campi di calcio di serie A, e ricade su particelle catastali ben individuate: è un impianto “a terra”, quindi non su tetti o capannoni.
Dettaglio politico non secondario: parliamo di una campagna che, da anni, è il terreno di scontro tra chi invoca transizione energetica e chi teme una trasformazione irreversibile del paesaggio.
Il Via libera non arriva dal Comune di Pomezia
Il via libera è arrivato tramite un provvedimento della Città metropolitana di Roma Capitale, dopo una conferenza di servizi molto veloce che ha coinvolto una lunga serie di soggetti pubblici e gestori di infrastrutture.
Tradotto in termini “non burocratici”: è stato costruito un semaforo unico, che accorpa pareri e condizioni, e che ha dato il verde al progetto.
Un iter che sposta l’asse delle decisioni dal solo Comune di Pomezia a un livello sovracomunale, e perché consente di far viaggiare insieme impianto e opere di connessione, inclusi i tratti dove entrano in gioco servitù ed espropri.
La società proponente e i numeri del parco: 14.950 moduli e tracker
Il progetto porta la firma della SOLAR PV 23 S.r.l.. I numeri sono da “taglia industriale”: 14.950 moduli da 620 Wp, 23 inverter, potenza di picco 9,269 MWp e potenza nominale 8,050 MW.
La tecnologia scelta è quella dei moduli bifacciali su tracker, con inclinazione variabile durante la giornata.
È un impianto pensato per massimizzare la resa e per riversare tutta l’energia in rete: qui non c’è l’autoconsumo “di quartiere”, ma una produzione che punta al mercato elettrico.
Il cavidotto e la rete
Il parco, da solo, non basta: serve la connessione. È previsto un cavidotto in media tensione lungo circa 1,4 chilometri, che attraversa tratti tra Pomezia e Ardea seguendo in larga parte la viabilità esistente.
E qui arriva il punto che spesso sfugge nel dibattito: una parte delle opere non sarà “materialmente” eseguita dal proponente.
La costruzione e gestione delle opere di rete in media tensione sono destinate al gestore della distribuzione, mentre gli interventi più “a monte” sulla rete nazionale sono in capo al gestore della trasmissione.
Risultato: tempi e piena operatività dipendono anche da cantieri non controllati dal proponente.
Cantieri entro tre anni
Il provvedimento non fissa una data “calendario” di apertura lavori, ma stabilisce una finestra temporale chiara: il cantiere deve partire entro 36 mesi dal rilascio dell’autorizzazione e concludersi nei 36 mesi successivi, salvo proroghe motivate.
Questo significa che l’avvio reale dipenderà da vari incastri: atti definitivi sulla disponibilità delle aree, coordinamento con le opere di rete, tempi tecnici di progettazione esecutiva e appalti. È il paradosso del “fotovoltaico-lampo”: la macchina autorizzativa corre, la macchina operativa deve poi far quadrare terreno, scavi e connessioni.
Compensazioni, convenzioni e mitigazioni
Per ammorbidire l’impatto sul territorio, entrano in scena compensazioni e mitigazioni.
Da un lato, il proponente ha proposto interventi di riqualificazione/efficientamento da formalizzare con una convenzione con il Comune di Pomezia: un passaggio politicamente sensibile, perché è lì che si misura la ricaduta “visibile” per la città.
Dall’altro lato, c’è una fascia di mitigazione verde impostata sugli olivi, in continuità con la vocazione agricola: alcune piante vengono espiantate e ricollocate, e la manutenzione delle schermature sarà oggetto di verifiche periodiche.
In più, è prevista una garanzia economica per la dismissione a fine vita, per evitare che il costo ricada sulla collettività.
Ma tutto l’argomento delle compensazioni previste al momento non è molto chiaro.
Servitù ed espropri: la miccia sotto il tappeto della transizione
Ogni grande impianto ha il suo fronte caldo: il tracciato delle opere di connessione.
Quando il cavidotto passa su terreni privati o aree considerate “strategiche” per futuri usi, scattano osservazioni, contestazioni, richieste di varianti.
Nel caso di Pomezia Rossi, la discussione si concentra proprio su porzioni attraversate dallo scavo e sul timore di limitazioni permanenti.
La risposta del proponente, in sintesi, è la classica: si interviene nel sottosuolo, con impatti limitati e indennizzi previsti.
Ma politicamente il tema resta esplosivo, perché tocca proprietà, potenzialità edificatorie percepite e rapporto di forza tra interesse pubblico ed interesse privato.
E gli altri fotovoltaici a Pomezia? Un effetto “filiera” che si sta allargando
Pomezia Rossi non arriva in un vuoto. Nei dossier che circolano a livello istituzionale risulta almeno un altro grande impianto già finito sotto i riflettori in zona (tra i più citati: il progetto noto come “Pomezia 8.72”, anch’esso di taglia prossima ai 10 MW).
E, al di là dei singoli nomi, il punto politico è uno: l’area di Pomezia è diventata una calamita per progetti di fotovoltaico a terra, perché la vicinanza a reti e insediamenti produttivi rende più facile far passare impianti e connessioni.
La domanda, ormai, non è se ne arriveranno altri, ma quanti e dove verrà tracciata la linea di confine tra energia e paesaggio.
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