Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) per il Lazio ha finfatti ermato l’operazione del Comune su Via delle Cese, una strada nelle campagne di Ariccia: niente vincolo e niente “pubblica utilità” per espropriare un terreno che, secondo i giudici, è usato dal 1981 come strada, ma senza un vero titolo e non può essere “regolarizzato” con la scorciatoia dell’esproprio ordinario, come ha tentato di fare proprio il municipio a metà 2023, per non dover pagare una eventuale occupazione pregressa.
A opporsi i due proprietari del terreno su cui sorge la parte di strada interessata, che hanno presentato un ricorso contro Comune.
La doccia fredda: annullati vincolo e progetto
Il Tribunale difatti ha annullato la delibera con cui Comune e Consiglio comunale di Ariccia avevano approvato a luglio 2023 il progetto di completamento della viabilità e aveva avviato l’iter per espropriare l’area.
È un colpo secco, perché non si tratta di un cavillo: per i giudici l’impostazione è sbagliata alla radice. E in più c’è un effetto immediato, molto politico: il Comune viene anche condannato a pagare le spese legali (4mila euro, più oneri).
Il dettaglio che pesa: una strada pubblica dal 1981
Il punto che ribalta tutto è la fotografia del territorio: l’area contestata sarebbe utilizzata come sede stradale addirittura dal 1981.
Tradotto: la strada, nei fatti, esiste già ed è in pratica da 45 anni di uso pubblico. Il Comune di Ariccia, in giudizio, non avrebbe negato l’uso pubblico dell’area, anzi avrebbe spiegato che l’intervento servirebbe a “mettere in sicurezza” e sistemare la sezione stradale. Ma proprio questo, per il Tribunale, cambia le regole del gioco.
Perché il TAR dice no: la “sanatoria” non passa
Il giudice amministrativo manda un messaggio chiaro: se un terreno privato è stato trasformato e usato come opera pubblica senza un percorso regolare, l’amministrazione non può usare l’esproprio come strumento per “chiudere il passato” e normalizzare a posteriori.
In altre parole, non si può far diventare legittimo oggi ciò che ieri è nato storto. È una linea dura, che mira a impedire che l’ente eviti il confronto vero: o restituisce, oppure riconosce il torto e lo affronta con strumenti diversi, più trasparenti e onerosi.
La difesa del Comune e l’argomento che non convince
Il Comune di Ariccia aveva provato a giocare una carta semplice: i proprietari avrebbero acquistato il bene quando già era, di fatto, dentro una viabilità esistente, quindi “sapevano”.
Ma il Tribunale non ha condiviso questa impostazione. Sapere com’è messo un bene può contare nei rapporti tra privati (chi vende e chi compra), ma non cancella i diritti del proprietario nei confronti dell’amministrazione.
Rischio politico e casse comunali: che succede ora
Qui la partita diventa politica: un’opera presentata come completamento e sicurezza rischia di trasformarsi in un dossier scomodo, perché parla di scelte urbanistiche stratificate e di una “normalità” amministrativa che il Tar giudica inaccettabile.
E c’è anche un profilo economico: oltre alle spese legali già liquidate, resta sullo sfondo la possibilità di richieste risarcitorie o di un accordo economico per chiudere la vicenda. Nel giudizio compare anche una società immobiliare, ma senza entrare in scena: non si è costituita.
Le vie d’uscita: accordo, acquisizione, o scontro fino in fondo
Dopo questo stop, il Comune di Ariccia ha poche strade praticabili: trovare un accordo economico con i proprietari, oppure adottare una soluzione che riconosca formalmente la situazione esistente e preveda un ristoro adeguato.
L’alternativa più conflittuale — insistere su atti “fotocopia” — è quella che rischia di produrre nuovi ricorsi e nuova esposizione mediatica.
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