Come prevede la deontologia giornalistica, non riportiamo i nomi dei protagonisti della vicenda e in particolare quello del condannato, in quanto non siamo davanti a una sentenza definitiva. Perché i giornalisti hanno una deontologia e la rispettano, la classe politica no. Comunque la storia ve la raccontiamo.
Consigliere di Ardea esagera su Facebook e viene condannato
Bisogna stare attenti a ciò che si scrive sui social, e lo status di amministratore pubblico, a maggior ragione, non dà il diritto di insultare, qualunque sia la ragione.
Il Tribunale di Velletri ha condannato un consigliere comunale di Ardea, appartenente allo schieramento della maggioranza, per aver offeso pubblicamente una persona tramite il suo account Facebook.
Il consigliere, accusato di diffamazione, ha pubblicato commenti ritenuti denigratori e informazioni riservate su un 46enne. Il Giudice per le Indagini Preliminare (GIP) Silvia Artuso lo ha ritenuto colpevole. Il decreto penale di condanna ha previsto una multa di 450 euro.
La vicenda e le dichiarazioni diffamatorie
Il caso nasce a seguito di una serie di post pubblicati su Facebook dal consigliere comunale di Ardea, che prendevano di mira il 46enne, coinvolto in una vicenda legata a un provvedimento cautelare emesso dal Tribunale di Velletri.
Il consigliere ha diffuso sul suo profilo la prima pagina dell’ordinanza di misura cautelare a carico dell’uomo, accompagnandola con commenti che il giudice ha ritenuto offensivi e diffamatori.
Tra le frasi riportate si leggeva:
“Non c’è cosa più infamante, e hai pure moglie e figlio che si devono vergognare per te”.
E ancora:
“tu sai il perché questo “signore” fa queste denunce?… perché è stato licenziato dalla società che raccoglie l’immondizia dopo avere collezionato circa 130 lettere di richiamo…”
Secondo i giudici, il linguaggio utilizzato da sui social è stato considerato eccessivo, allusivo e sproporzionato rispetto ai fatti descritti.
Il consigliere e il 46enne si erano già “pizzicati” nel recente passato sui social. L’uomo aveva commentato il coinvolgimento del consigliere in una precedente inchiesta per reati fiscali. Il consigliere di maggioranza, a tal proposito, ha scritto rivolgendosi sempre al 46enne:
“Meglio una condanna per reati fiscali o per violenza sulle donne??? Esprimetevi scienziati”
La responsabilità del consigliere di Ardea
Il Tribunale ha accertato la responsabilità del consigliere comunale, basandosi sulle prove presentate dalla Questura di Roma e dai documenti forniti dal Commissariato di Anzio-Nettuno.
La condotta del consigliere è stata valutata grave, non solo per il contenuto offensivo delle frasi pubblicate, ma anche per la modalità con cui queste sono state diffuse in un contesto pubblico come i social media, facilmente accessibile a una vasta audience.
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La condanna è stata emessa “per la gravità del fatto, desunta dalla natura, dal tempo e dal modo della condotta e la personalità del colpevole”.
La pena pecuniaria
Secondo il giudice, la condanna alla pena pecuniaria è stata ritenuta adeguata alla gravità dei fatti. È stata comminata una multa di 450 euro che potrebbe essere ridotta a 360 euro se il pagamento viene effettuato nei termini previsti.
Il consigliere ha la possibilità di opporsi alla sentenza e chiedere una revisione del caso. L’opposizione deve essere presentata entro 15 giorni dalla notifica del decreto. Il condannato ha anche la possibilità di chiedere l’applicazione di altre misure alternative come il giudizio immediato, il rinvio a giudizio o la sospensione del procedimento.
In caso di mancata opposizione, il decreto di condanna diventa esecutivo. Non sappiamo se il consigliere comunale abbia presentato opposizione.
Dai social al tribunale: il precedente di un mese fa
Non è la prima volta che discussioni sui social su fatti riguardanti Ardea approdano nelle aule di un tribunale.
Lo scorso mese, sempre il GIP Silvia Artuso, ha archiviato il procedimento a carico dell’amministratore della pagina Facebook “Disservizi ambienti e rifiuti comune di Ardea”, dopo aver già rigettato una richiesta di decreto penale di condanna.
L’uomo era indagato per diffamazione a mezzo stampa nei confronti del RUP (il Responsabile Unico del Procedimento) del servizio integrato di igiene urbana del Comune di Ardea.
Il consigliere ha querelato Il Caffè
Quello che possiamo però riportare è il fatto che questo consigliere nel 2016 aveva querelato la nostra testata giornalistica. Querela che era terminata poi con l’archiviazione del fascicolo a causa dell’intervenuta prescrizione. Quindi un nulla di fatto.
Il Caffè nella sua storia ha subito circa 120 querele e non è mai stato condannato. Una prova lampante che quello che scriviamo è soltanto la verità e comunque lo facciamo nel rispetto delle norme vigenti e della dignità della persona umana.
Le querele vengono usate, specie dai politici, come mezzo intimidatorio nei confronti della stampa (“querele temerarie”).
In pratica i politici sanno di non avere possibilità di vincere quella querela, ma intanto la fanno, costringendo per anni il giornalista a doversi pagare l’avvocato e a subire uno stato di stress dovuto al processo. Poi il giornalista viene assolto, ma il politico che ha sporto la falsa querela non viene nemmeno indagato.
Il giornalista, per evitare tutto ciò, omette allora di scrivere articoli su quel politico. Così a rimetterci è la democrazia e il cittadino che non viene informato delle ‘malefatte’ della classe politica.
Da decenni giacciono in Parlamento numerose proposte di legge per evitare questa enorme ingiustizia, ma i politici preferiscono lasciare le cose come sono, cioè a loro vantaggio e a svantaggio della verità.
Per questo l’Italia continua ad essere all’ultimo posto tra i paesi occidentali nella classifica mondiale della Libertà di stampa. Una classifica che ci vede dietro anche a paesi come Gabon, Timor Est, Armenia, Moldavia, Montenegro….
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