Parliamo del maxi-locale pubblico sul lago Albano, storico punto di riferimento della ristorazione di Castel Gandolfo.
Letteralmente costruito come una sorta di palafitta nell’acqua e ormai rimasto completamente a secco, distante circa 150 metri dalla linea del bagnasciuga. È chiuso da anni. Recintato dal Comune da agosto scorso e, soprattutto, resta senza un futuro chiaro.

La sentenza del TAR del Lazio aggiunge solo un ultimo, ma importante un tassello. Non riapre il locale, non scioglie tutti i nodi sul suo destino, ma chiarisce un punto: un ricorso contro l’assegnazione della concessione è stato respinto e conferma che l’immobile resterà nelle mani del Comune.
La crisi idrica che sta abbassando il livello del lago ha reso evidente la fragilità di quella struttura un tempo “sospesa” sull’acqua, con i piloni rimasti all’asciutto da anni in modo sempre più irreversibile.
Ma il destino dell’immobile non dipende solo dall’emergenza ambientale: pesa anche una lunga scia di ricorsi e denunce tra ex gestori e nuovi aspiranti concessionari.
Nel frattempo, però, da mesi l’area resta sbarrata e isolata. Una “cattedrale nel deserto” sul bordo del lago, dopo che il Comune è stato trascinato dal vincitore del bando in Tribunale, con la causa ancora in pieno corso di svolgimento.

La sentenza del TAR: ricorso respinto
Il giudizio conclusosi nei giorni scorsi, invece, nasceva da un contenzioso avviato nel 2022.
Una società, la C. a. S. s.r.l., aveva impugnato la decisione con cui il Comune di Castel Gandolfo aveva concesso l’uso esclusivo di un’ampia area demaniale sul lago a un’altra società, la L & D S. s.r.l. Si tratta
“dell’area demaniale di mq 3.190,00, composta da struttura sopraelevata adibita a bar/ristorazione individuata e arenile scoperto di mq 2.572”.
In termini semplici: C. a. S. sosteneva nel ricorso che la scelta fosse stata fatta male e spiegata poco. Il TAR, invece, ha dato ragione al Comune di Castel Gandolfo e alla Regione Lazio, respingendo il ricorso.
Scrivono i giudici nella sentenza:
“l’assegnazione del bene alla società L & D S. s.r.l. è stata disposta a valle di un procedimento nell’ambito del quale la Commissione tecnica regionale, analizzate le dodici domande pervenute, ha ritenuto, all’esito di un giudizio di carattere evidentemente tecnico- discrezionale, “ottima” l’offerta presentata da tale operatore economico, con particolare riguardo alla riqualificazione dell’area e del soprastante fabbricato, dal punto di vista economico, ambientale e della fruibilità del bene”.
La proposta della L & D S. s.r.l. era risultata quindi migliore delle altre per la “migliore rispondenza complessiva” ai criteri di selezione.
Perché il Tar non ha accolto le contestazioni
Il secondo passaggio del ricorso riguarda l’istruttoria.
“l’unico argomento utilizzato dalla ricorrente per sostenere la superficialità dell’istruttoria svolta dalla Commissione riguarda il fatto che l’organo incaricato della valutazione delle domande non avrebbe tenuto conto della sua significativa esperienza nel settore della ristorazione e somministrazione”.
Ma la Regione Lazio ha risposto a tale accusa, facendo notare che
“nell’ambito del progetto presentato dalla società ricorrente, nessun riferimento è stato fatto alla propria esperienza nel settore … pertanto, la Commissione ha effettuato correttamente l’istruttoria, non potendo valutare elementi di cui non aveva conoscenza”.
Risultato: ricorso respinto e condanna alle spese, quantificate in 1.500 euro oltre oneri.
Il collegamento con la recinzione: mesi di immobilità
Questa sentenza arriva in un momento in cui, sul piano pratico, la situazione del locale appare congelata.
Già dal 5 maggio scorso il Comune di Castel Gandolfo era rientrato in possesso dell’area, includendo anche circa 3.000 metri quadrati di spiaggia.
Nei giorni successivi era stata annunciata la recinzione completa, con una motivazione chiara: evitare occupazioni, danneggiamenti e rischi per la sicurezza.
Da allora, però, il quadro non si è sbloccato. La chiusura fisica dell’area è diventata il segno visibile di una vicenda che continua a trascinarsi.
La decisione del TAR, per quanto importante, non riporta automaticamente vita nel complesso. E non elimina le altre pendenze, le richieste economiche e i conflitti tra soggetti che, negli anni, hanno rivendicato diritti sulla gestione.
Un bene pubblico conteso e travolto dalla crisi del lago
Il caso del locale sul lago Albano è diventato emblematico per Castel Gandolfo.
Da una parte c’è un bene di forte valore turistico e identitario, nato nel 1951 e rimasto per decenni un punto di riferimento.
Dall’altra c’è un contesto profondamente cambiato: il lago si abbassa, l’equilibrio ambientale vacilla e una struttura pensata “sull’acqua” oggi si ritrova in difficoltà anche solo a livello tecnico e paesaggistico.
La contesa giudiziaria, intanto, ha prodotto una conseguenza concreta: l’immobile non è fruibile. Non lo è per i cittadini, non lo è per i visitatori e non lo è nemmeno per chi, a vario titolo, sperava di rilanciarlo.
Cosa succede ora: il Comune deve riscrivere il futuro dell’area
Il punto, oggi, è che la comunità vede una struttura chiusa e recintata. E vede un vuoto di prospettiva.
La partita più grande riguarda la destinazione dell’area. Servono scelte amministrative, risorse e un progetto compatibile con la nuova realtà del lago Albano.
In altre parole: al di là delle sentenze, il futuro del locale resta da riscrivere. E finché non arriverà una decisione chiara su come restituire l’immobile a un uso pubblico, “La Playa” rischia di restare quello che già appare oggi: un pezzo di storia locale fermo dietro una recinzione, con il lago che arretra e una comunità che aspetta risposte.
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