Tuttavia, resta un fatto importante: il Comune di Pomezia aveva già avviato un cambio nella gestione, dopo aver dichiarato la “decadenza della convenzione” con l’associazione che lo guidava da anni. Ma proprio chi si era sentito penalizzato e aveva presentato il ricorso contro questa decisione, all’ultimo momento ha scelto di ritirarlo.
La rottura tra Comune di Pomezia e Associazione
Tutto parte da una convenzione firmata il 30 marzo 2022. A gestire i centri sociali anziani comunali è il Centro Sociale Anziani Pomezia APS–ETS.
Nel maggio 2025, però, il Comune cambia rotta. Con un atto dirigenziale dichiara la fine dell’accordo per presunte “inadempienze contrattuali”. È il passaggio che accende la miccia.
Per l’associazione, quella decisione è ingiusta. Per il Comune, invece, è un atto necessario.
Da qui nasce lo scontro. E diventa subito più grande di un semplice “contratto”. Perché tocca un tema sensibile: chi organizza attività, spazi e servizi che per molti anziani sono un punto di riferimento quotidiano.
Le ragioni del Comune: “inadempienze” e nuove regole
Il Comune mette nero su bianco un concetto: la vecchia convenzione non regge più. Il motivo indicato è quello delle inadempienze.
Non è solo una contestazione generica. L’amministrazione ribadisce la risoluzione anche con un secondo provvedimento, aggiungendo “un ulteriore e diverso motivo” di rottura.
Ma c’è un altro segnale. Lo stesso giorno della decadenza, la Giunta guidata dal sindaco Veronica Felici approva un indirizzo politico per la gestione dei centri “tramite associazioni di promozione sociale”.
In pratica: non si tratta soltanto di chiudere un rapporto. Si tratta di impostare un modello diverso.
La posizione dell’Associazione: contestazione e ricorso
L’associazione non ci sta. E impugna gli atti davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio. L’obiettivo è chiaro: far annullare i provvedimenti del Comune di Pomezia e difendere la continuità della gestione.
Nel ricorso si contesta la scelta dell’amministrazione e la si attribuisce a una ricostruzione dei fatti non condivisa.
Il punto, in termini semplici, è questo: l’APS sostiene che la convenzione non doveva essere “staccata” in quel modo e che il Comune avrebbe forzato la mano.
Quando poi l’amministrazione avvia gli avvisi per trovare nuove associazioni, l’APS amplia la sfida e impugna anche quelli. Perché quei bandi significano una cosa sola: il Comune si prepara a voltare pagina.
Il Cambio di strategia: più centri, più gestori
Tra i passaggi più rilevanti della vicenda c’è la scelta di procedere con più avvisi distinti, “uno per ciascun centro”. Quattro avvisi, quattro manifestazioni di interesse. È una linea politica precisa. Non una singola gestione complessiva, ma incarichi separati.
Tradotto: maggiore frammentazione, ma anche maggiore controllo. Ogni struttura diventa una partita autonoma. E ogni associazione, se selezionata, si occupa di un singolo centro. È la novità che cambia l’equilibrio del sistema.
Più controlli, più rendicontazione, più paletti
Nel nuovo impianto, la gestione non è più soltanto organizzare attività ricreative, diventa anche rispettare regole puntuali, programmi annuali, relazioni sulle attività, bilanci, rendicontazioni delle spese. È un modello che chiede alle associazioni una struttura più solida.
C’è anche un altro aspetto che pesa. Il rapporto economico tende a essere impostato come sostegno alle attività e rimborso spese. Con pagamenti legati a documenti e verifiche.
È un dettaglio tecnico, ma ha un effetto pratico molto concreto: per chi gestisce, la trasparenza contabile diventa una condizione centrale. E non un accessorio.
Il Tribunale e la scelta finale: nessuna “sentenza sul merito”
La sentenza del TAR del Lazio non entra nel dettaglio delle accuse e delle difese. Non dice se le “inadempienze” fossero reali, non dice se gli atti del Comune di Pomezia fossero legittimi o no. Il collegio prende atto di un fatto decisivo: a gennaio 2026 l’associazione ha comunicato ai giudici di “non avere più interesse” a proseguire. Poco dopo anche il Comune ha aderito a tale richiesta.
I giudici, quindi, hanno chiuso il caso per “sopravvenuta carenza d’interesse”. È una formula che, in parole semplici, significa questo: la partita, per come era stata portata in tribunale, non serve più giocarla fino in fondo.
Non è noto al momento il motivo di questa rinuncia. È possibile che nel frattempo le parti si siano accordate, oppure siamo davanti a una ‘semplice’ rinuncia a proseguire la battaglia da parte dell’associazione.
Che cosa resta sul campo
La chiusura del fronte giudiziario non cancella però la questione politica e sociale, anzi, la mette in evidenza.
Il nodo non era solo una contestazione tra Comune e associazione. Era, ed è, la gestione dei centri anziani e il modello con cui il Comune intende portarli avanti.
La vicenda lascia un messaggio chiaro. La stagione della vecchia convenzione si è incrinata. E l’amministrazione ha spinto verso una riorganizzazione, con avvisi separati e regole più stringenti.
Per gli utenti dei centri, la domanda vera diventa un’altra: come cambieranno le attività e la quotidianità degli spazi oggetto della contesa?
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