Le domande contestate erano le seguenti.
Quesito n. 8: Indicare un sinonimo di “indulgenza” con le seguenti opzioni:
- Bonarietà
- Clemenza
- Tolleranza
Quesito n. 26: “Quale tra i termini proposti completa correttamente la seguente proporzione verbale?
Giustizia : pace = X : colomba”; con le seguenti risposte:
- a) spada
- b) donna
- c) mitra
Voi cosa avreste risposto?
Il concorso al Ministero della Giustizia
Il 23 ottobre 2025 si è svolta la prova scritta del concorso indetto dal Ministero della Giustizia per accedere ai 2.600 posti da assistente in tutta Italia.
Il sogno del posto fisso ha portato decine di migliaia di persone a presentarsi alle selezioni. La prima prova consisteva in un test di 40 quesiti da svolgere in 60 minuti.
Una apposita commissione avrebbe poi riconosciuto un punteggio (in pratica dare i voti): per superare la prova bisognava raggiungere almeno 21 punti su 30.
C.F.., concorrente proveniente appunto dalla Provincia di Latina, ha raggiunto solo il punteggio di 20,5 su 30. In pratica non ha superato la prova per mezzo punto. Ufficialmente hanno superato la prova scritta 29.458 concorrenti.
Il candidato porta la bocciatura in Tribunale
Ma il candidato pontino ha deciso immediatamente di contestare il risultato. In particolare non era d’accordo sul fatto che gli avessero segnato come errate le risposte a due dei 40 quesiti.
Contestava che per una domanda ci fossero almeno due risposte esatte (tra cui la sua), mentre per un’altra il quesito fosse “ambiguo”.
Per questo si è rivolto al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio chiedendo l’annullamento della prova stessa o quantomeno il riconoscimento dell’esattezza delle sue risposte ai due quesiti.
Quesito n. 8: “sinonimo di indulgenza
Il primo terreno di scontro è il quesito n. 8.
La domanda chiedeva:
“Indicare un sinonimo di “indulgenza” con le seguenti opzioni:
- Bonarietà
- Clemenza (risposta data dal concorrente)
- Tolleranza (risposta ritenuta esatta dalla Commissione esaminatrice)
In questo caso il candidato contestava che le risposte possibili fossero più di una, tra cui quella da lui indicata.
Quesito n. 26: “La giustizia è…”
L’altro quesito contestato era il n. 26, la cui domanda era:
Un sorriso più radioso col "Trattamento illuminante" in un solo appuntamento
“Quale tra i termini proposti completa correttamente la seguente proporzione verbale?
Giustizia: pace = X: colomba”
Le possibili risposte erano:
- a) spada (risposta ritenuta esatta dalla Commissione esaminatrice)
- b) donna (risposta data dal concorrente)
- c) mitra
La risposta del candidato pontino era giustificata dal fatto che la giustizia venga rappresentata da una dea (donna) bendata.
La decisione del Tribunale
Per quanto riguarda la contestazione al quesito n. 8, i giudici del TAR del Lazio non hanno dovuto nemmeno decidere, in quanto la stessa Commissione del concorso è intervenuta in autotutela riconoscendo la possibilità che anche la risposta del candidato (“Clemenza”) potesse essere considerata giusta.
Per il quesito n. 26, invece, il TAR ha ritenuto che:
“Le doglianze mosse siano infondate e che l’amministrazione abbia adeguatamente dimostrato, anche attraverso la produzione di immagini, il rapporto di equivalenza tra il termine giustizia e il simbolo della spada, caratteristico, diversamente dal sesso, che esprime un significato neutro, nell’iconografia classica”.
Insomma, il concorrente aveva associato la giustizia all’immagine della dea bendata, quindi a una donna, ma i giudici non sono stati d’accordo, schierandosi, stavolta, con il giudizio della Commissione esaminatrice: alla “giustizia” va associato il simbolo della “spada”.
Riammesso al concorso
Vittoria a metà per il candidato pontino, che ha comunque raggiunto il suo scopo.
Grazie infatti al riconoscimento della risposta esatta al quesito n. 8, il punteggio della valutazione finale si è alzato da 20,5 a 21,5, superando il limite per essere ammesso alle prove successive.
La materia del contendere, scrive il Tribunale, è cessata. Una parola che, in questo caso, vale un punto. E un punto, in un concorso pubblico, può valere un destino.
Resta però il sapore di un paradosso: davvero “clemenza” e “indulgenza” sono così distanti da giustificare un’esclusione? O la lingua italiana, ricca di sfumature, mal sopporta l’aut aut delle crocette?
I giudici hanno compensato le spese. E il concorrente pontino può continuare a sperare nel suo posto fisso in qualche Procura o Tribunale in Italia.
Resta una vicenda che dice molto sul nostro sistema di selezione pubblica: concorso pubblico sta a merito come crocetta sta a destino. E talvolta basta una sola risposta – o mezzo punto – per trasformare un quiz in una causa da tribunale.
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