Gli editori radiofonici sapevano probabilmente che l’atto presentato in Tribunale era perdente già in partenza. Perdente sì, ma non inutile.
Il loro atto potrebbe essere infatti interpretato come preventivo, ovvero “intimidatorio”. Come dire: “Caro Comune di Rocca di Papa se provi a emettere l’ordinanza di demolizione, ecco cosa ti aspetta, una battaglia di tribunali da far tremare i polsi”.
Senza considerare il fatto che, visti i tempi lunghi della giustizia italiana, i mesi e gli anni passano e gli impianti intanto restano accesi. Infatti parliamo di una storia iniziata nel 2003.
Ricorso 3 radio respinto
Il Consiglio di Stato, secondo e ultimo grado della giustizia Amministrativa, ha respinto i tre ricorsi presentati da Radio Uno, Radio Antenna 1 e Il Sole 24 Ore contro altrettante sentenza del TAR del Lazio su una vicenda che da anni pesa sul futuro dei tralicci installati sulla vetta di Monte Cavo, nel Comune di Rocca di Papa, ai Castelli Romani.
Per i giudici, le società hanno impugnato gli atti sbagliati, troppo “preliminari” per fermare davvero la macchina amministrativa del Comune.
Il cuore del contenzioso: opere senza titolo e ordine di demolizione
Tutto ruota attorno a tre vecchi ordini di sgombero e demolizione legati ai tralicci realizzati, secondo il Comune di Rocca di Papa, in assenza di permesso sulla vetta di Monte Cavo.
Negli atti si parla di un’ingiunzione risalente al 2003 (seconda Giunta Ponzo) e di verifiche successive, fino a un passaggio chiave: nell’estate 2015 (seconda Giunta Boccia) la Polizia locale di Rocca di Papa redige dei verbali in cui segnala la mancata ottemperanza all’ordine di demolizione.
In parole semplici: il Comune aveva già intimato di rimuovere le opere. Anni dopo, un sopralluogo registra che quelle opere risultano ancora lì. Da qui parte l’idea di procedere con i passaggi successivi.
Il “verbale” del 2015 e la mossa del Comune
I tre casi arrivati al Consiglio di Stato nascono tutti dallo stesso tipo di documento: il verbale con cui la Polizia locale dice, di fatto, “non è stato fatto quanto ordinato”, ossia rimuovere le antenne installate senza titolo.
Ed è proprio qui che si accende lo scontro. Le società sostengono che quel verbale non sia una semplice fotografia, ma un atto che produce conseguenze immediate.
La posizione delle emittenti: “atto lesivo”, notifica mancata, responsabilità contestata
Le tre società hanno provato a far annullare quei verbali e, in due casi, hanno chiesto anche il risarcimento danni.
I punti principali delle loro tesi sono chiari: il verbale della Polizia Locale è “immediatamente lesivo”, perché avvia una procedura che può finire con l’acquisizione dell’area.
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Alcune società contestano di non aver mai ricevuto l’ordinanza di demolizione o di non essere i soggetti corretti a cui imputare le opere.
Infine hanno messo in dubbio anche la legittimazione: in sostanza, “perché state chiedendo a noi se non siamo proprietari o se non abbiamo costruito noi?”.
La risposta dei giudici: quel verbale non basta per andare in tribunale
Il Consiglio di Stato, però, conferma la lettura del TAr del Lazio: quel verbale è un atto preparatorio, non la decisione finale del Comune.
Anche se al Consiglio di Stato sia il Comune che il Ministero del Made in Italy non si sono presentati.
Nelle sentenze ricorre un concetto chiave, espresso con parole molto nette. Il verbale ha valore di “atto endoprocedimentale” e ha “efficacia meramente dichiarativa”.
Tradotto: quell’atto serve a registrare ciò che la polizia municipale ha visto, ma non è ancora l’atto con cui l’amministrazione “chiude” la scelta e produce l’effetto più duro.
E infatti i giudici scrivono che, così com’è, il verbale “non assume quella portata lesiva” che rende possibile un ricorso immediato.
La lesione vera, secondo questa impostazione, arriverebbe solo con un atto formale successivo, quello con cui l’autorità competente fa proprio l’esito del sopralluogo e decide davvero di procedere.
Perché i ricorsi sono stati respinti (e cosa significa davvero)
Le tre decisioni hanno un messaggio in comune: non si può bloccare tutto impugnando la “tappa intermedia”. Non perché il tema di Monte Cavo sia irrilevante, ma perché, per i giudici, il contenzioso è stato impostato nel momento sbagliato.
In uno dei casi, il Consiglio di Stato aggiunge anche un passaggio che pesa: l’argomento della “mancata notifica” non regge se risulta che la società era già a conoscenza dell’ordinanza e l’aveva già portata davanti ai giudici in passato.
Il risultato finale, in tutti e tre i procedimenti, è identico: appelli respinti e nessuna condanna alle spese, anche perché le altre amministrazioni chiamate in causa non si sono costituite.
Cosa può succedere ora a Monte Cavo
Queste sentenze non dicono “domani si spegne tutto”. Dicono però una cosa che sul terreno può contare moltissimo: le società non sono riuscite a fermare la procedura in questa fase.
La palla torna al Comune di Rocca di Papa e agli uffici competenti.
Se l’amministrazione deciderà di fare il passo successivo con un atto formale della richiesta di demolizione degli impianti, a quel punto si aprirà un altro livello di scontro.
Ma intanto il Consiglio di Stato ha tracciato una linea: il verbale della Polizia locale, da solo, è una segnalazione, non la decisione conclusiva.
La palla nelle mani della Giunta calcagni
Dopo le sentenze del Consiglio di Stato, l’attuale amministrazione di Rocca di Papa, guidata dal sindaco Massimiliano Calcagni, si ritrova con più spazio politico e amministrativo per andare avanti.
Non più solo carte e verbali, ma la possibilità concreta di dare seguito a quel primo “stop” tentato nel 2003 e arrivare, 23 anni dopo, a far rimuovere davvero le antenne da Monte Cavo.
La domanda, a questo punto, è tutta politica prima ancora che tecnica: Calcagni userà questa finestra per chiudere la partita, assumendosi l’onere di una scelta netta, oppure preferirà una linea più prudente, fatta di passaggi graduali e nuove mediazioni ultra-decennali?
Molti i fattori che dovrà tenere presenti: dai precendenti, che non sono molto incoraggianti, all’imprevedibilità di quanto può accadere nei tribunali, fino al peso politico di questi editori che hanno legami enormi con la politica ai massimi livelli.
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