Al centro della vicenda c’è un’accusa di calunnia ai danni degli agenti legata a una denuncia presentata nel dicembre 2008 dopo quel controllo stradale avvenuto alla periferia di Latina. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Roma e disposto un nuovo processo.
Per i giudici non è stato spiegato a fondo se i due imputati, entrambi di Latina, fossero davvero consapevoli di accusare ingiustamente gli agenti di irregolarità oppure se fossero davvero convinti di aver subito un controllo irregolare.
È questo il cuore della decisione con cui la Suprema Corte ha annullato la sentenza della Corte d’Appello di Roma, disponendo un nuovo processo davanti a un’altra sezione.
Il controllo stradale e la denuncia contro gli agenti
Tutto nasce da un controllo stradale avvenuto nel 2008 alla periferia di Latina. I due uomini, all’epoca di 26 e 29 anni, vengono fermati dalla polizia. Alla guida c’era il più giovane dei due.
Secondo il verbale degli agenti, il conducente presentava “alito vinoso, eloquio sconnesso e difficoltà nei movimenti”. Inoltre avrebbe rifiutato di sottoporsi all’alcoltest.
Qualche settimana dopo, i due automobilisti presentano una denuncia presso la Procura della Repubblica di Roma. Accusano i poliziotti di aver scritto il falso.
Sostengono che nel verbale siano state riportate circostanze non vere e che siano state omesse informazioni importanti.
In particolare, affermano che il conducente non si era opposto agli accertamenti in modo assoluto, ma aveva chiesto di essere sottoposto a controlli più approfonditi in un centro specializzato. Inoltre lamentano che non fosse stato riportato che il passeggero era stato nominato difensore di fiducia sul posto.
Per quella denuncia, però, i due automobilisti vengono a loro volta imputati per calunnia. Secondo l’accusa, avrebbero incolpato consapevolmente agenti innocenti.
Le decisioni nei primi gradi di giudizio
Il Tribunale di Roma nel 2016, in primo grado, aveva condannato i due uomini di Latina.
La Corte d’Appello, nel 2025, aveva in parte riformato la sentenza. Alcuni episodi erano stati dichiarati prescritti. Per altri i giudici avevano assolto gli imputati perché “il fatto non costituisce reato”.
Restava però un punto centrale: secondo la Corte d’Appello, nella denuncia vi erano accuse false su aspetti decisivi del controllo, come l’alito vinoso e il rifiuto dell’alcoltest.
E per quei profili, pur essendo il reato ormai prescritto sul piano penale, i giudici avevano confermato la responsabilità ai fini civili, riducendo però il risarcimento a 2.500 euro per ciascun agente
In sostanza, per la Corte d’Appello i due imputati avevano accusato i poliziotti pur sapendo che non avevano falsificato nulla.
Il nodo: erano convinti di aver subito un abuso?
La vicenda non finisce qui e nel 2026 arriva in Cassazione.
La difesa ha infatti sostenuto una tesi diversa. Secondo gli avvocati, i due uomini erano convinti che il controllo fosse stato svolto in modo irregolare, poiché alcune circostanze non erano state riportate nel verbale. Questo, a loro dire, aveva alimentato il sospetto di un comportamento arbitrario.
Non si tratterebbe quindi di un’accusa inventata sapendo che gli agenti erano innocenti, ma di una valutazione soggettiva dei fatti.
Una convinzione sbagliata, forse. Ma non una menzogna consapevole.
La differenza è decisiva. Perché per parlare di calunnia, ricorda la Cassazione, serve la prova certa che chi denuncia sappia che l’accusato è innocente. Non basta che l’accusa sia infondata. Occorre la consapevolezza della falsità.
E ancora: la piena consapevolezza dell’innocenza è esclusa quando la supposta illiceità sia “ragionevolmente fondata su elementi oggettivi” tali da ingenerare dubbi in una persona comune.
La decisione della Cassazione
Nel caso concreto, la Cassazione ha rilevato che la Corte d’Appello non ha motivato in modo adeguato sull’elemento psicologico. Non si è confrontata fino in fondo con le circostanze già riconosciute come reali, come l’omissione nel verbale di alcune dichiarazioni e della nomina del difensore. Circostanze che, secondo gli stessi giudici di merito, “appaiono oggettivamente tali da ingenerare un dubbio”.
Se esisteva un dubbio sulla correttezza del verbale, si chiedono i giudici, come si può affermare con certezza che i denuncianti sapessero di accusare ingiustamente gli agenti?
Se esiste un dubbio ragionevole, sottolineano i giudici, bisogna chiarire se l’accusa fosse frutto di una valutazione soggettiva dei fatti o di una volontà cosciente di colpire persone innocenti.
Nuovo processo, dopo quasi due decenni
Per questo la Cassazione ha annullato la sentenza e rinviato il caso a un’altra sezione della Corte di Appello di Roma.
Un’altra sezione della Corte di Appello di Roma dovrà dunque riesaminare la questione. In particolare dovrà valutare in modo approfondito se vi fosse davvero il dolo di calunnia nei confronti dei due agenti.
Se dovesse emergere che i due uomini non erano consapevoli dell’innocenza dei poliziotti, potrebbe arrivare un’assoluzione piena, con effetti anche sulle richieste di risarcimento.
La vicenda dimostra quanto possano essere lunghi i tempi della giustizia. Dal controllo del 2008 alla decisione della Cassazione del febbraio 2026 sono passati 18 anni. E il procedimento non è ancora concluso.
Ora spetterà ai giudici del nuovo processo stabilire se quella denuncia fosse frutto di un’accusa consapevolmente falsa o di un convincimento, magari errato, ma non fraudolento. Una differenza che sul piano giuridico è decisiva. E che tiene ancora aperta una storia iniziata con un semplice controllo stradale.
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